C'è una cosa che osservo sempre più spesso nelle persone.
Siamo diventati bravissimi a prendere.
Prendiamo dalla vita, dalle persone, dalle relazioni, dal lavoro, dalla natura.
Prendiamo tempo, energia, attenzione, opportunità, denaro.
E spesso non ce ne rendiamo nemmeno conto.
Non lo facciamo perché siamo cattivi.
Lo facciamo perché ci hanno insegnato che è così che si sopravvive.
Devi conquistarti il tuo posto, guadagnarti da vivere. assicurarti il futuro, accumulare, essere competitivo e arrivare prima degli altri.
E così cresciamo con una mano sempre protesa verso qualcosa.
"Mi serve." - "Devo avere." - "Devo ottenere."
"Devo assicurarmi."
Ma più osservo la natura, più mi accorgo che la vita non funziona esattamente così.
E più osservo le persone, più mi accorgo che quando viviamo continuamente nella modalità del prendere, qualcosa dentro di noi si impoverisce.
Per questo, una delle cose che sento di dover dire è molto semplice: dobbiamo imparare a ricevere.
Non a prendere. A ricevere.
E sembra la stessa cosa, ma non lo è affatto.
Per me questa non è una teoria spirituale da raccontare agli altri.
È qualcosa che continuo a osservare. Tutti possono cadere nella trappola del "devo ottenere".
Tutti possiamo farlo. Quando abbiamo paura che non basti, cerchiamo di prendere.
Quando non ci fidiamo della vita, accumuliamo.
Quando pensiamo che nessuno ci darà ciò di cui abbiamo bisogno, cerchiamo di procurarci tutto da soli.
Ed è comprensibile, ma c'è un prezzo.
Perché quando vivo così, non sono più veramente aperta a ciò che può arrivare e sono concentrata su ciò che devo ottenere.
E c'è una grande differenza tra le due cose.
Chi prende cerca di controllare il risultato.
Chi riceve si prepara a partecipare al processo
Il problema è che viviamo come piccoli predatori
Guardiamo il comportamento della nostra specie sul pianeta.
Abbiamo preso, estratto, consumato, trasformato la natura in qualcosa da utilizzare.
Un bosco diventa legname.
Un terreno diventa proprietà.
Un animale diventa prodotto.
Un fiume diventa una risorsa.
E questa mentalità, secondo me, non rimane soltanto fuori di noi. Entra dentro di noi.
Se per generazioni impariamo che il mondo è qualcosa da conquistare e utilizzare, è inevitabile che prima o poi iniziamo a vivere allo stesso modo anche nelle nostre relazioni.
Lo vedo nelle amicizie, nelle coppie, nel lavoro.
Lo vedo nelle persone che si avvicinano agli altri chiedendosi, spesso inconsapevolmente:
"Cosa posso ottenere da questa persona?"
Non lo dicono, a volte nemmeno se ne rendono conto. Ma lo fanno.
Cercano qualcuno che li ascolti, che li aiuti, che li sostenga, che riempia un vuoto, che dia loro qualcosa.
E quando quel bisogno viene soddisfatto, il rapporto perde valore.
Vi vorrei far notare che questa non è condivisione, ma e’ utilizzo.
L'amicizia vera, invece, è un'altra cosa.
È poter stare con qualcuno senza dover continuamente calcolare cosa ne ricaveremo.
È esserci, condividere, offrire. È anche ricevere.
Ma senza trasformare ogni relazione in un contratto invisibile.
Anche il lavoro può diventare una prigione
Questa cosa la vedo ancora più chiaramente nel lavoro.
Ci hanno insegnato una frase:
"Devi lavorare per guadagnarti da vivere."
E certo che dobbiamo provvedere alla nostra vita. Non sto dicendo il contrario.
Ma cosa succede quando questa diventa l'unica ragione per cui facciamo quello che facciamo?
Succede che possiamo passare anni a fare qualcosa che non ci appartiene.
Qualcosa che ci pesa o che ci spegne.
E continuiamo a farlo perché abbiamo bisogno dello stipendio.
A quel punto non stiamo più offrendo un servizio perché ci viene naturale offrirlo, ma lo facciamo perché dobbiamo ottenere qualcosa in cambio.
Vorrei farvi notare che questa e’ una delle piu’grandi forme di separazione da noi stessi.
Perché ognuno di noi ha qualcosa che gli viene spontaneo offrire.
C'è chi sa insegnare. Chi sa costruire. Chi sa ascoltare, creare, organizzare, curare.
Chi sa mettere in relazione le persone.
Chi sa far ridere, guidare.
Chi sa vedere ciò che gli altri non vedono.
Quando facciamo qualcosa che ci appartiene veramente, l'offerta diventa naturale.
Non significa che sia sempre facile.
Significa che il denaro diventa una conseguenza dello scambio, non l'unica ragione dell'esistenza di quello che facciamo.
E questa differenza, dentro una persona, si sente
Quando offri ciò che sei, qualcosa cambia
Immagina un professionista che ama davvero ciò che fa, non sta semplicemente vendendo qualcosa.
Sta offrendo una parte di sé.
E immagina invece qualcuno che pensa soltanto:
"Come faccio a prendere più soldi possibile da questa persona?"
Può darsi che entrambi guadagnino.
Ma l'esperienza che lasciano è completamente diversa.
Perché noi esseri umani percepiamo quando qualcuno è veramente presente.
Percepiamo quando qualcuno ci sta ascoltando o quando qualcuno vuole darci qualcosa.
E percepiamo anche quando dietro un gesto c'è una richiesta nascosta.
"Io faccio questo per te, ma adesso tu devi darmi qualcosa."
Questa è la mentalità del prendere.
E può essere molto sottile.
Provate a fare una cosa semplicissima
La prossima volta che uscite con qualcuno,
fate
un esperimento.
Non uscite pensando: “Cosa riceverò da
questa persona?”
Uscite pensando: “Cosa posso offrire
io a
questo incontro?”
Ascoltate davvero, fate una domanda sincera,
oppure siate curiosi.
Fate sentire l’altra persona vista. Portate
leggerezza,
presenza.
E poi osservate cosa succede.
Io sono convinta che molte volte riceverete
molto
più di quanto avreste ricevuto cercando di prendere.
Funziona così.
Perché quando smetti di entrare in una
situazione
con la mano tesa, diventi disponibile a vedere ciò che c’è davvero.
E succede anche un’altra cosa: riesci a vedere meglio chi hai davanti.
Quando non sei concentrato su ciò che vuoi
ottenere,
diventi più attento a ciò che l’altra persona ti sta mostrando.
Ne percepisci la presenza, la sincerità, le intenzioni.
E magari capisci prima se hai davanti qualcuno di autentico, oppure qualcuno che sta semplicemente recitando un ruolo. Anche questo è ricevere.
Avere più chiarezza. Intuire prima. Vedere meglio.
E magari arriva qualcosa che non avevi nemmeno immaginato.
Una conversazione, un’idea, una persona,
un’opportunità,
una collaborazione, un incontro, una sensazione.
Una nuova direzione.
Questo per me è ricevere.
L'abbondanza non è avere tutto
Qui arriviamo a una parola che viene usata tantissimo, abbondanza.
Ma spesso la confondiamo con l'accumulo.
Pensiamo che essere nell'abbondanza significhi avere più soldi, più case, più oggetti, più contatti, più successo.
Ma una persona può avere tantissimo e vivere continuamente nella paura di perdere.
Quella non è libertà, e’ accumulo.
L'accumulo nasce spesso dalla paura della mancanza:
"E se domani non ci fosse?"
"E se finisse?"
"E se perdessi quello che ho?"
E allora prendo ancora. E accumulo ancora.
E mi proteggo ancora. Fino a quando mi ritrovo con le mani così piene che non riesco più a ricevere niente.
Per me l'abbondanza è un'altra cosa.
È sentire che posso partecipare al movimento della vita.
Posso dare, ricevere, lasciare andaré e ricominciare.
Posso fidarmi abbastanza da non dover controllare tutto. E che liberta’!
Guardate la natura
È per questo che insegno le leggi della natura.
Perché quando torniamo a osservare veramente la natura, ci accorgiamo che siamo noi ad esserci allontanati.
Un albero non accumula frutti per paura, li produce.
Un fiore non trattiene il proprio profumo, lo offre.
Un fiume non cerca di possedere l'acqua, la lascia scorrere.
La natura continuamente riceve e restituisce.
E noi siamo natura.
Non siamo qualcosa di separato.
Abbiamo dimenticato questa cosa.
Abbiamo costruito città, sistemi economici, ruoli sociali, regole, aspettative, e abbiamo cominciato a credere che la nostra natura fosse quella di competere e accumulare.
Ma sotto tutto questo c'è ancora un corpo.
Che respirra. Che ha bisogno di movimiento, di luce, di contatto, di esprimersi, di riposo.
Che ha bisogno di dare e ricevere.
Per me tornare alla natura significa anche tornare a sentire questo.
E poi c'è il corpo
C'è un'altra cosa che mi affascina molto.
Osservando le persone, noto spesso una relazione tra il modo in cui viviamo nel corpo e il modo in cui ci relazioniamo con la vita.
Non voglio trasformarla in una regola assoluta.
Ma osservatelo anche voi. Ci sono persone che sembrano sempre trattenere.
Spalle rigide, mascella contratta, respiro corto, movimenti limitati o semplicemente un corpo poco mobile.
E spesso sono persone che fanno fatica anche a lasciarsi andare, a fidarsi, a esprimersi, a ricevere.
Non significa che un corpo rigido racconti automaticamente una persona chiusa.
Ma corpo e mente si influenzano continuamente.
E allora mi chiedo:
e se un corpo più libero potesse aiutarci anche a pensare e vivere in modo più libero?
Vi ripeto, non è una domanda che voglio trasformare in una verità assoluta.
Ma sicuramente e’una domanda che vale la pena sperimentare.
Muovetevi, camminate, respirate, allungatevi, danzate, nuotate, correte, giocate.
Fate qualcosa che vi permetta di sentire il corpo senza dover dimostrare niente a nessuno.
E osservate.
Perché quando il corpo comincia a sciogliersi, spesso anche qualcosa dentro di noi trova un po' più di spazio.
E la vita ha bisogno di spazio.
Ricevere richiede più coraggio di quanto pensiamo
Dare è spesso più facile, quando do, mi sento forte.
Quando ricevo, devo aprirmi e permettere a qualcosa di entrare.
Devo accettare che non posso controllare tutto. E questo può far paura.
Pensate a quante persone ricevono un complimento e immediatamente lo rifiutano.
"Ma no, non è niente."
Pensate a quante persone non riescono a chiedere aiuto.
Pensate a quante persone ricevono un'opportunità e subito cercano una ragione per non accettarla.
A volte diciamo di voler ricevere.
Ma in realtà vogliamo controllare ciò che riceviamo.
E non è la stessa cosa.
Ricevere significa anche avere abbastanza fiducia da dire: "Questo è arrivato. Adesso vedo cosa posso farne."
Per questo dico, buttatevi.
Non buttatevi senza pensare, quindi non significa essere irresponsabili.
Significa smettere di aspettare che la vita ci dia tutte le garanzie prima di permetterci di vivere.
Perché quelle garanzie non arriveranno mai, non sapremo mai con certezza come andrà.
Non sapremo mai se quella relazione durerà, se quel progetto funzionerà o se quella scelta sarà perfetta.
Ma possiamo fare un passo.
Possiamo provare, offrire qualcosa, dire si o no.
Possiamo iniziare e cambiare.
Possiamo ascoltare quella parte di noi che da anni ci sta dicendo:
"Questa non è più la mia strada."
E magari non dobbiamo mollare tutto domani o si, ma comunque dobbiamo semplicemente iniziare a costruire qualcosa di diverso.
Un piccolo passo alla volta.
Questo per me significa buttarsi..
Entrare nella vita.
Una piccola pratica che puoi iniziare oggi
Per una settimana prova a vivere con una domanda nuova.
Al mattino, invece di chiederti:
"Cosa devo ottenere oggi?" chiediti: "Cosa posso offrire oggi?"
Al lavoro:
"Cosa posso rendere migliore?"
Con una persona:
"Come posso esserci davvero?"
Quando qualcuno ti aiuta:
"Posso permettermi di ricevere?"
Quando arriva un complimento:
"Posso semplicemente dire grazie?"
Quando senti paura:
"Sto cercando di controllare qualcosa che potrei invece lasciare accadere?"
E alla sera chiediti:
"Oggi ho preso dalla vita o ho partecipato alla vita?"
E semplicemente osserva, il cambiamento non nasce dal condannare ciò che siamo stati ma dal vedere.
E se il vero salto è quello di aprire le mani?
Alla fine penso che sia tutto qui.
Abbiamo passato così tanto tempo a stringere le mani che abbiamo dimenticato come si aprono.
Stringiamo il denaro, le relazioni, le nostre idee, il controllo.
Stringiamo ciò che abbiamo paura di perdere.
E poi diciamo:
"Perché non arriva niente di nuovo?"
Ma una mano chiusa può trattenere.
Non può ricevere.
Ti accorgerai che la prosperità comincia proprio lì.
Nel momento in cui smetti di vivere come piccolo predatore che deve continuamente conquistare qualcosa.
Nel momento in cui comprendi che siamo parte di un sistema molto più grande.
Nel momento in cui torni a offrire ciò che sei naturalmente portato a offrire.
Nel momento in cui impari a ricevere senza sentirti in colpa.
Nel momento in cui lasci che il corpo torni a muoversi.
Nel momento in cui smetti di chiedere alla vita:
"Cosa mi dai?"
e cominci a chiederti:
"Cosa posso portare io nella vita?"
Quindi no:
"Come faccio ad avere di più?"
Ma:
"Come posso diventare più disponibile a ciò che la vita sta già cercando di darmi?"
Ed è qui che, secondo me, comincia un altro modo di vivere.
Non più prendere o accumulare di piu’ per paura.
Non più usare gli altri per colmare i nostri vuoti, ma partecipare, offrire, ricevere e lasciare andare.
E tornare, lentamente, a quella legge semplice che la natura non ha mai dimenticato:
la vita prospera attraverso lo scambio.
E noi, che della natura siamo parte, forse dobbiamo soltanto ricordarcelo.
D.S. 💖

Nessun commento:
Posta un commento