l’IA l’amica che non dorme mai
C’è qualcosa di curioso, e
forse anche un po’ inquietante, nel modo in cui stiamo imparando a
convivere con l’intelligenza artificiale.
All’inizio le abbiamo
chiesto cose semplici, di tradurre una frase, riassumere un documento,
correggere una mail, spiegare una materia, aiutarci a lavorare. Poi
abbiamo scoperto che poteva fare molto di più. Poteva ragionare con noi,
suggerire, confrontare, organizzare, scrivere, trovare alternative.
E fin qui, nulla di strano.
Anzi,
sarebbe assurdo negarne l’utilità. L’IA può essere uno strumento
straordinario. Può farci risparmiare tempo, permetterci di accedere a
una quantità enorme di informazioni e, in molti casi, aiutarci a capire
meglio ciò che prima ci sembrava complicato.
Il problema comincia
forse in un punto molto più sottile. Quando qualcuno smette di
chiederle soltanto “come si fa?” e inizia a chiederle “cosa devo
sentire o fare?”
Quando non la si utilizza soltanto come strumento, ma
come presenza. Quando per qualcuno diventa la prima persona — anche se
persona non è — alla quale raccontare una giornata storta, una paura,
una relazione, un dubbio, un litigio, una decisione. E quando questa
conversazione diventa quotidiana, continua, quasi necessaria. A quel
punto la domanda non riguarda più soltanto la tecnologia. Riguarda noi.
L'amica sempre disponibile
C'è una caratteristica dell'IA conversazionale che nessun essere umano può garantire, lei è sempre lì.
Non
si stanca, non deve andare a dormire, non ha una giornata difficile da
raccontare a sua volta, non ti interrompe perché deve uscire, non ti
dice: “Ne parliamo domani”.
E soprattutto non ti presenta il
conto emotivo di una relazione. Puoi scriverle alle tre del mattino,
ripetere la stessa domanda dieci volte, essere contraddittorio,
raccontare una cosa di cui ti vergogni, cambiare idea dopo cinque
minuti. E lei continuerà a risponderti.
Questa disponibilità
assoluta può essere estremamente rassicurante. Ed è proprio per questo
che merita attenzione. Perché una relazione umana non è fatta soltanto
di disponibilità. È fatta anche di assenza, limite, incomprensione,
reciprocità, silenzi, conflitto.
L'amico vero può non capire, può essere in disaccordo, può persino ferirci.
Ma
proprio attraverso questo attrito scopriamo qualcosa di noi. Una
macchina conversazionale, invece, tende naturalmente ad adattarsi alla
conversazione e all'utente. Può contraddirci, certamente, ma la sua
funzione fondamentale è assisterci.
E qui nasce una differenza enorme.
Un essere umano ci incontra. L'IA ci assiste. Sembrano quasi la stessa cosa quando siete soli.
Non lo sono.
Forse il successo delle conversazioni con l'IA non dipende soltanto dalla tecnologia.
Dipende anche da un bisogno umano che esiste da sempre, il bisogno di essere ascoltati.
Viviamo
in una società nella quale la maggior parte della gente e continuamente
connessa e, contemporaneamente, spesso profondamente sola. Hanno
centinaia di contatti, notifiche, gruppi, follower, chat. Ma avere qualcuno con cui parlare davvero è un'altra cosa.
L'IA
entra esattamente in questa frattura. Non giudica nello stesso modo in
cui giudica una persona, non manifesta noia, non mostra impazienza, non
ci fa pesare il tempo che le stiamo dedicando.
E allora può diventare una sorta di specchio parlante.
Le racconti qualcosa e ricevi una risposta. Poi aggiungi un dettaglio e un altro. E improvvisamente ti sembra di stare conversando con qualcuno che ti conosce.
Ma qui dovremmo fermarci un momento.
Essere conosciuti non significa necessariamente essere compresi. E
una risposta che ti fa sentire compreso non significa necessariamente
che dall'altra parte esista qualcuno che ti comprende nel senso umano
del termine. La differenza è enorme. Il rischio quindi non è che l'IA diventi umana
Continuiamo
a chiederci se un giorno l'intelligenza artificiale diventerà veramente
cosciente, se avrà emozioni, se potrà provare sentimenti.
Sono domande affascinanti.
Ma c'è un'altra riflessione, molto più immediata - E se fossimo noi a cominciare a comportarci come se lo fosse?
Perché il vero salto psicologico potrebbe non avvenire quando una macchina acquisirà una coscienza.
Potrebbe avvenire quando l'essere umano inizierà ad attribuirgliela. Basta osservare il linguaggio.
ho sentito con orrore queste frasi:
“Mi capisce.”
“Sa come sono fatto.”
“Con lei posso parlare di tutto.”
“Mi conosce meglio degli altri.”
“Mi ha aiutato in un momento difficile.”
A un certo punto il confine tra strumento e interlocutore comincia a diventare psicologicamente sfumato.
E forse è proprio questo il fenomeno più interessante.
Non
stiamo necessariamente creando una macchina che diventa umana. Stiamo
creando una macchina alla quale gli esseri umani sono naturalmente
portati ad attribuire caratteristiche umane.
C'è poi un altro problema, meno sentimentale e forse ancora più importante.
Non riguarda ciò che proviamo verso l'IA, ma ciò che smettiamo di fare senza di essa.
Per
ogni capacità che deleghiamo a uno strumento, esiste il rischio di
allenare un po' meno quella capacità dentro di noi. Quindi vi ricordo
che diventate un po piu' stupidi.
Il navigatore ci ha permesso di orientarci senza conoscere più le strade.
Il correttore automatico ci ha permesso di scrivere senza ricordare certe regole.
I motori di ricerca ci hanno permesso di non dover memorizzare una quantità enorme di informazioni.
L'IA fa un passo ulteriore. Non delega soltanto la memoria. Può iniziare a delegare l'elaborazione.
“Cosa dovrei rispondere?”
“Che decisione dovrei prendere?”
“Secondo te questa persona mi ama?”
“Ho sbagliato?”
“Cosa significa quello che è successo?”
“Che cosa dovrei fare della mia vita?”
Sono domande molto diverse da:
“Come si scrive questa mail?”
Nel primo caso non state più delegando un compito.
State rischiando di delegare una parte del vostro giudizio.
E il giudizio, a differenza di una traduzione o di un calcolo, non è soltanto un'operazione.
È una parte della nostra identità.
Il pensiero ha bisogno anche di silenzio
C'è un aspetto della tecnologia di cui si parla poco e cioe' il valore del tempo in cui non succede niente.
Una
persona ha un problema e ci pensa. Cammina. Si distrae. Guarda fuori
dalla finestra. Parla con qualcuno. Cambia idea. Dormendo, magari, il
cervello rielabora. A volte una risposta arriva dopo ore. A volte
dopo settimane o non arriva affatto.
Eppure anche questo fa parte dell'esperienza umana.
L'IA rompe questa dinamica perché offre una risposta quasi immediata.
Hai un pensiero? Lo scrivi. Hai un dubbio? Lo mandi.
Hai un'emozione? La analizzi. Hai una decisione? La sottoponi alla macchina.
Il rischio è che ci si abitui a non rimanere più soli nemmeno con un pensiero.
Ogni vuoto viene immediatamente riempito, ogni dubbio produce una risposta.
Ogni incertezza viene trasformata in una conversazione.
Tanta gente ama proprio questo, e se ci si pensa un attimo e' assurdo!!!
Non
viene mai da pensare che forse una parte della maturità consiste
proprio nel riuscire a stare dentro l'incertezza senza doverla
immediatamente risolvere.
Una vera amicizia ha una caratteristica fondamentale, è reciproca.
Tu
conosci l'altro e l'altro conosce te. Tu ascolti e vieni ascoltato. Tu
hai bisogno dell'altro e, qualche volta, l'altro ha bisogno di te.
Questo crea responsabilità.
Con un'intelligenza artificiale la struttura è diversa. Può simulare una conversazione profondamente personale, ma non vive una vita accanto alla nostra.
Non
aspetta il nostro messaggio. Non sente la nostra mancanza. Non torna a
casa pensando a quello che le abbiamo raccontato. Non ha bisogno di noi.
Questa asimmetria è fondamentale.
Possiamo sentirci in relazione senza che esista una relazione nel senso umano più pieno.
Ed è forse questa la cosa più difficile da accettare. L'esperienza soggettiva dell'utente può essere autentica.
Il
rapporto, invece, non è necessariamente reciproco. Possiamo provare
affetto per qualcosa che non può ricambiarlo. Come accade, in forme
diverse, con un personaggio, un'opera d'arte, un animale immaginario,
una voce.
Solo che qui l'interlocutore ci risponde.
Ed è proprio questo a rendere il fenomeno completamente nuovo.
E poi arrivano Dio, gli extraterrestri e la lettura del pensiero
C'è
un altro fenomeno interessante che accompagna la diffusione dell'IA, la
tendenza a trasformarla in qualcosa di quasi soprannaturale.
C'è chi dice che l'IA sia destinata a sostituire Dio. Chi pensa che dietro ci siano intelligenze extraterrestri.
Chi sostiene che la macchina sappia cose che noi non sappiamo. Chi è convinto che riesca a leggere la mente.
Chi interpreta una risposta sorprendentemente precisa come prova di una conoscenza misteriosa della propria persona.
Qui tecnologia e mitologia si incontrano. E non è una novità.
Ogni volta che l'essere umano incontra qualcosa che non comprende completamente, tende a riempire il vuoto con una narrazione.
È successo con gli oracoli, con la magia, con le macchine, con Internet.
E oggi può succedere con l'intelligenza artificiale.
La macchina diventa uno schermo sul quale proiettare paure e speranze.
Per qualcuno è il salvatore. Per qualcun altro è il demonio.
Per altri è un nuovo Dio. Per altri ancora è una creatura aliena.
Ma forse è molto più interessante guardare nella direzione opposta.
Io non mi chiederei soltanto che cosa sia l'IA, ma piuttosto che cosa dice di noi il modo in cui la immaginiamo.
Il nuovo oracolo
C'è qualcosa di antico nel gesto di chiedere alla macchina cosa fare. Gli esseri umani hanno sempre cercato qualcuno o qualcosa a cui affidare l'incertezza. Oracoli, sacerdoti, astrologi, saggi, filosofi, terapeuti, amici.
La differenza è che oggi possiamo avere un “oracolo” personale nella tasca e questo può diventare seducente.
Perché l'oracolo tradizionale era distante, misterioso, difficile da consultare, l'IA è disponibile 24 ore su 24, e soprattutto puoi interrogarla fino a ottenere una risposta che ti tranquillizza.
Qui
nasce una tentazione molto umana che e' quella di non cercare più la
verità, ma cercare una risposta che renda sopportabile la nostra
incertezza.
È un rischio enorme.
Perché una macchina estremamente capace può diventare non soltanto una fonte di informazioni, ma una fonte di conferma.
E quando cominciate a chiederle continuamente cosa pensare, può diventare molto facile confondere l'assistenza con l'autorità.
La solitudine non si risolve con una conversazione infinita
Forse il punto più delicato è questo. Se una persona è sola e parla con un'IA, dobbiamo considerarlo necessariamente un problema? No. Sarebbe una conclusione semplicistica.
Può essere utile parlare con un'IA quando non sai da dove cominciare.
Ma
se il risultato finale è che smettiamo di parlare con le persone perché
parlare con una macchina è più facile, allora abbiamo risolto il
disagio eliminando il rapporto che avrebbe potuto curarlo.
È come curare la fame cancellando il bisogno di mangiare. La solitudine non è soltanto assenza di conversazione. È assenza di reciprocità.
La comodità può diventare una gabbia, il problema, in fondo, è lo stesso che abbiamo avuto con molte tecnologie.
La tecnologia tende a eliminare la fatica. Ma non tutta la fatica è inutile.
Alcune fatiche ci costruiscono. Imparare qualcosa richiede fatica.
Ascoltare qualcuno richiede fatica. Affrontare una discussione richiede fatica.
Ammettere di avere torto richiede fatica. Corteggiare qualcuno richiede fatica.
Aspettare una risposta richiede fatica. Stare da soli con i propri pensieri richiede fatica.
Perfino mantenere un'amicizia richiede fatica.
Se eliminiamo ogni attrito, rischiamo di eliminare anche alcune delle esperienze attraverso cui diventiamo adulti.
Il
paradosso è che una tecnologia progettata per aumentare le nostre
possibilità potrebbe, se utilizzata senza consapevolezza, ridurre alcune
delle nostre capacità.
Non credo che la soluzione sia tornare indietro. Non possiamo realisticamente dire: “Non usiamo l'IA”.
Sarebbe come dire che, siccome i social possono creare dipendenza, dobbiamo abolire Internet.
La questione è un'altra.
Dobbiamo imparare a distinguere strumento, interlocutore e autorità.
Possiamo usare l'IA come strumento, ma dovremmo ricordarci che una conversazione fluida non equivale automaticamente a una relazione.
Una risposta convincente non equivale alla verità, una macchina che sembra conoscerci non equivale a una persona che ci conosce.
E una presenza sempre disponibile non equivale necessariamente a una presenza umana.
Forse dovremmo persino stabilire dei piccoli confini personali.
Non chiedere all'IA ogni decisione, ne consultarla automaticamente davanti a ogni emozione.
Non trasformare ogni pensiero in una domanda e lasciare invece qualche problema irrisolto.
Lasciare spazio al silenzio.
E soprattutto continuare a coltivare persone alle quali possiamo dire:
“Non so cosa fare.”
E ricevere in risposta qualcosa che nessun algoritmo potrà sostituire completamente:
“Non lo so neanch'io. Però ci sono.”
Da
anni discutiamo se l'intelligenza artificiale sostituirà i lavoratori,
gli artisti, i professionisti, gli insegnanti, i giornalisti.
Sono domande importanti, ma ce n'è una riflessione ancora piu' profonda..
Che
cosa succede se l'IA non sostituisce l'essere umano, ma sostituisce
progressivamente alcune delle relazioni attraverso cui l'essere umano
diventa se stesso?
Perché noi non diventiamo noi stessi soltanto pensando, diventiamo noi stessi attraverso gli altri. Attraverso una madre che ci ascolta, un padre che ci contraddice, un amico che ci conosce da vent'anni.
Una persona che ci ama, una che invece ci lascia. Un collega che ci mette in difficoltà. Uno sconosciuto che ci sorprende.
Un bambino che ci pone una domanda alla quale non sappiamo rispondere.
È nel rapporto con l'alterità che scopriamo i nostri limiti.
Una
macchina, invece, può essere straordinariamente accomodante. E forse il
vero pericolo non è che l'IA diventi troppo simile a noi, ma piuttosto
che diventi troppo comoda per permetterci di continuare a cercare gli
altri.
Non dobbiamo avere paura della macchina, dobbiamo pero' ricordarci dell'uomo.
L'intelligenza artificiale non è necessariamente il nostro nemico, può essere una delle più grandi invenzioni della nostra epoca.
Ma proprio perché è così potente dobbiamo essere prudenti nel decidere quale posto darle nella nostra vita.
Uno strumento può diventare un'abitudine.
Un'abitudine può diventare una dipendenza.
Una dipendenza può diventare una forma di sostituzione.
E a quel punto il problema non è più tecnologico.
È antropologico.
Non
dobbiamo chiederci soltanto quanto intelligente diventerà
l'intelligenza artificiale, ma quanto sapremo rimanere umani mentre la
utilizziamo.
La vera rivoluzione non sarà il giorno in cui una macchina riuscirà a parlare come una persona.
Sarà
il giorno in cui una persona, avendo a disposizione una macchina capace
di parlare sempre, sceglierà consapevolmente quando spegnerla e andare a
parlare con qualcuno.
Non perché la macchina non abbia qualcosa da dirci.
Ma
perché abbiamo ancora bisogno di qualcuno che abbia qualcosa da vivere
insieme a noi. Anche se a volte, non e' disponibile all'istante.
D.S. 
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