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martedì 1 settembre 2026

IL SOGNO, LA RABBIA E QUEI SANI VAFFANCULO CHE SALVANO L’ANIMA.

 


La vita è un sogno.

E già qui qualcuno potrebbe irrigidirsi, prendere un’espressione molto seria e dire: «Attenzione, bisogna stare attenti a queste affermazioni. La vita è complessa, bisogna essere consapevoli, elevati, centrati…».

Certo. E magari, mentre lo dice, ti sta anche facendo sentire una merda perché hai osato arrabbiarti con qualcuno che ti tratta male da quindici anni.

Ma procediamo con calma.

La vita è un sogno.

Non necessariamente un sogno bello, ordinato, coerente e instagrammabile. Un sogno non deve essere coerente. Può contenere una casa che non esiste, una persona morta che torna a parlarti, una porta che conduce direttamente al mare e, cinque minuti dopo, tua zia che guida un autobus.

Nel sogno non chiediamo: «Scusi, ma questa scena è coerente con il capitolo precedente?». No. La viviamo. E quando arriva l’incubo, il punto non è necessariamente risolverlo.

A volte l’incubo finisce nel momento che capisci che è un incubo e no quando hai finalmente convinto tutti, o quando quella persona ha ammesso di averti manipolato. Non quando hai ottenuto le scuse che aspettavi e nemmeno quando il mondo si e’ finalmente comportato secondo il tuo senso di giustizia.  Finisce quando smetti di credere che quello che stai vivendo sia l'unica realtà possibile.

Ed è qui che comincia la liberazione.

Liberarsi non significa diventare bravi. C’è una strana idea di spiritualità secondo cui, per essere evoluti, dovremmo diventare persone sempre tranquille.

Non arrabbiarti, non giudicare, non reagire, comprendi, accetta. Perdona, respira.

Eleva la vibrazione, sorridi.

E soprattutto, se qualcuno ti sta calpestando, ringrazialo per averti offerto un’importante opportunità di crescita. No. Anche basta. A volte la crescita spirituale consiste proprio nel dire:

«Questa cosa non mi va bene.»

E, in certi casi: «Vaffanculo.» Non perché il vaffanculo sia spiritualmente superiore alla compassione. Ma perché può essere molto più sano di dieci anni passati a reprimere la rabbia per sembrare una persona evoluta.

La rabbia non è necessariamente il nemico, spesso un messaggero. Arriva quando qualcosa dentro di noi dice:

«Ehi. Qui c’è un confine che è stato superato.»

Il problema non è provare rabbia. Il problema è quando non sappiamo ascoltarla e allora la trasformiamo in distruzione, vendetta, rancore, aggressività.

Ma c’è una terza possibilità. Possiamo ascoltarla, ringraziarla e capire cosa ci sta mostrando. E poi possiamo fare qualcosa di molto rivoluzionario: andarcene.

 Ora vorrei parlarvi del teatro delle persone educate.

Ci sono persone meravigliosamente educate. Parlano piano, usano parole raffinate.

Non alzano mai la voce. Dicono «con tutto il rispetto»,  «io non giudico»,  «bisogna comprendere».

Dicono «io voglio solo il tuo bene». E poi, lentamente, ti fanno a pezzi.

Non con una coltellata ma con mille piccole cose. Una critica qui, una svalutazione là.

Un giudizio travestito da consiglio, una colpa consegnata con il fiocco.

Una frase apparentemente innocente che ti lascia per ore a chiederti:

«Ma forse sono davvero io il problema?»

E questo è il loro piccolo capolavoro, perché una persona apertamente incavolata  può essere riconosciuta. Ma quella che ti ferisce con il sorriso e poi ti convince che sei tu ad averla ferita?

Quella richiede un certo allenamento.

Ci sono persone che non hanno bisogno di alzare la voce, ti educano al senso di colpa.

E quando finalmente reagisci, eccole lì: «Mi dispiace che tu l’abbia presa così.»

Una frase meravigliosa. La riconoscete?  Perché non dice: «Mi dispiace di averti infastidito o ferito.»

Dice: «Mi dispiace che tu abbia avuto la pessima idea di sentirti infastidito o ferito.»

Geniale. Quasi arte contemporanea.

Altro tema da non sottovalutare, osserva quando non hai piu’ nulla da dare.

C’è un esperimento semplicissimo. Smetti, per un po’, di essere utile,  di risolvere problema, di ascoltare tutti.

Smetti di essere sempre disponible, di fare favori,  di offrire energia a chi arriva solo quando ne ha bisogno.

E osserva.

Chi ti cerca quando non hai nulla da offrire? Chi ti chiama semplicemente per sapere come stai? Chi resta quando non puoi essere utile? Chi è curioso della tua presenza e non dei tuoi servizi? Chi sa stare con te anche quando non stai producendo niente?

È lì che cominci a vedere.

Perché finché dai, non sai sempre chi ama te e chi ama ciò che riceve attraverso di te.

Quando smetti di dare, il paesaggio cambia. Alcune persone scompaiono, altre si arrabbiano, certe improvvisamente diventano fredde.

E qualcuna, invece, rimane. Non chiede niente. Non pretende niente. C’è.

Ed è bellissimo. Queste sono le persone con cui puoi fluire. Non perché siano perfette.

Ma perché non devi continuamente difenderti da loro.

Noi queste cose le sentiamo prima nel corpo e poi nella testa, a livello sottile, prima ancora di riuscire a spiegarle.

Il corpo sa.

Sa quando una relazione è leggera. Sa quando puoi respirare. Sa quando puoi essere te stesso senza controllare ogni parola.

E sa anche quando stai entrando in una stanza dove devi continuamente stare attento.

Quando devi prevedere la reazione dell’altro o devi giustificarti,  dimostrare, essere buono, comprensivo. Quando devi ingoiare o sorridere mentre dentro stai urlando.

E allora l’anima si appesantisce e non perché non siamo abbastanza evoluti, ma perché magari stiamo vivendo dentro qualcosa che ci sta stretto.

E quando non riusciamo a liberarci, arriva la rabbia. La rabbia dice: «Basta.»

È una parola potentissima. Basta.

Non significa odio vendetta oppure «adesso distruggo tutto».

Significa: «Non voglio più vivere contro me stesso.»

E qui arriviamo al grande protagonista di molte prigioni interiori: il senso di colpa.

Il senso di colpa è fantastico.

Non servono sbarre o  carcerieri, basta convincerti che se scegli te stesso stai facendo del male a qualcuno. E così rimani. Rimani nella relazione,  nel lavoro, nella situazione, nella famiglia.

Rimani nel ruolo e nella versione di te che tutti conoscono. Perché «non puoi deludere». «Non puoi essere egoista». «Devi capire». «Devi avere pazienza». «Devi perdonare». «Devi essere superiore».

E magari nessuno si chiede:

«Ma questa persona quanto deve ancora tradire se stessa per essere considerata buona?»

Perché c’è una differenza enorme tra amore e sottomissione.

Tra compassione e autoannullamento. Tra perdono e disponibilità a farsi ferire o invadere ancora.

Tra pace e repressione. Tra elevarsi e sopportare.

E forse dovremmo smettere di chiamare «evoluzione» tutto ciò che ci rende più docili.

Non dovresti essere superiore alla tua rabbia. La rabbia non va necessariamente superata.

Va attraversata,  ascoltata, decifrata. A volte contiene informazioni preziose.

«Questo mi fa male.»

«Questo non lo voglio.»

«Questo limite è stato superato.»

«Questa persona non mi rispetta.»

«Questa vita non mi appartiene più.»

«Sto dicendo sì mentre tutto me stesso sta urlando no.»

La rabbia può diventare lucidità. E la lucidità può diventare libertà.

La vera trasformazione non è passare da: «Sono arrabbiato» a

«Non devo essere arrabbiato.» È passare da: «Sono arrabbiato e quindi distruggo» a:

«Sono arrabbiato. Ascolto perché. E scelgo cosa fare.»

Questo è potere.

E se fosse davvero un sogno? Immagina per un istante che sia davvero un sogno.

Non c’è nessuno da salvare. Nessuno da convincere. Nessuno da sistemare.

Nessuno da rendere felice a tutti i costi. Nessun ruolo da interpretare perfettamente.

Nessun tribunale cosmico che registra quante volte hai detto di no.

E soprattutto, non devi dimostrare di essere una brava persona soffrendo.

Questa potrebbe essere una delle più grandi liberazioni.

Perché forse ci hanno insegnato che il dolore dà valore. Che sopportare rende nobili.

Che sacrificarsi dimostra amore. Che essere sempre disponibili significa avere un cuore grande. Ma un cuore grande non è un cuore senza porte. Anche un cuore ha bisogno di serrature. E soprattutto di maniglie, per poter aprire e chiudere.

Allora sì. Permettiamoci qualche sano vaffanculo. Non necessariamente urlato.

A volte il vaffanculo più potente è silenzioso. È non controbattere.

È non spiegarsi,  convincere o giustificarsi.

È non partecipare più al gioco, smettere di chiedere il permesso e uscire dalla stanza.

È cambiare numero, lasciare andare. È dire:

«Questa cosa non fa più per me.»

E andare avanti senza scrivere una tesi di laurea sulle proprie motivazioni.

Perché non tutto deve essere discusso o  risolto.

Non tutti devono capire e soprattutto, non tutti meritano una spiegazione. A volte la spiegazione serve più a noi che all'altro, e quando finalmente abbiamo capito, possiamo smettere di spiegare.

La liberazione e’ piu’ semplice di quanto credi, dal momento che liberarsi non significa diventare persone nuove, ma  smettere di essere ciò che non siamo.

Smettere di recitare, di sopportare per essere approvati e  di confondere la bontà con la disponibilità infinita.

Smettere di scambiare la calma con la repressione e di continuare a chiamare «amore» ciò che ci tiene prigionieri.

Smettere di sentirci colpevoli perché finalmente abbiamo ascoltato noi stessi e  magari imparare una cosa molto semplice:

posso tenere a qualcuno e comunque andarmene.

Posso perdonare e non tornare,  comprendere e mettere un limite.

Posso non odiare nessuno e non voler più avere niente a che fare con qualcuno.

Posso essere spirituale e incazzarmi,  meditare e mandare mentalmente o verbalmente a quel paese qualcuno.

Posso essere una persona per bene senza essere disponibile alla manipolazione.

E posso perfino dire:

«Scusami, ma questa dinamica non fa per me. Quindi basta.»

Senza odio, vendetta, o bisogno di vincere o che l'altro perda.

Solo liberi.

Alla fine il sogno e’ tuo.

Se la vita è un sogno, invece di pensare a come fare per rendere perfetto questo sogno,  sarebbe meglio concentrarsi su come lo si vuole attraversare.  

Con quanta verità? Con quanta leggerezza? Con quanta libertà?

Con quanta capacità di dire sì? E soprattutto con quanta capacità di dire no?

Perché il sogno non diventa libero quando elimini ogni problema.

Diventa libero quando smetti di credere che ogni problema debba essere risolto per permetterti di vivere.

L'incubo finisce quando riconosci l'incubo. E forse la liberazione comincia proprio lì: nel momento in cui guardi una situazione, una persona, un ruolo, una paura, un senso di colpa e dici: «Ah. Ecco cos'è.»

Non devo più convincermi che va bene. Non devo più chiamarlo amore. Non devo più chiamarlo karma, crescita o pazienza.

È semplicemente qualcosa che non voglio più vivere.  E questo basta. Poi puoi respirare, ridere,  piangere, arrabbiarti.

Puoi dire qualche sano, liberatorio, magnifico vaffanculo.

E finalmente tornare a vivere. Non perché hai sistemato il sogno. Ma perché hai capito che stavi sognando.

E nessun sogno ha il diritto di impedirti di essere libero.

D.S. 💕

 

venerdì 14 agosto 2026

Il mondo degli assenti…ma dove siamo mentre siamo qui?

 Per un po’ ho pensato che fosse l’età. Lo ammetto.

Quando cominci a entrare in quella fase della vita in cui apri il frigorifero e, una volta li davanti, non ricordi più perché lo hai aperto, qualche sospetto ti viene.

Poi cominci a dimenticare dove hai messo le chiavi.

Poi entri in una stanza e non sai più cosa dovevi fare.

“Ecco… volevo fare… dunque…”

Silenzio. Il pensiero è partito. Non è mai arrivato, e tu rimani lì, con la faccia di chi aspetta un taxi che evidentemente ha deciso di non passare.

A quel punto pensi: “Va bene. È l’età.”

Poi, però, cominci a guardarti intorno, e scopri una cosa inquietante.

Non sono solo io. E penso…certo che la distrazione universale e’ diventata un grande mistero!

Entro in un negozio. Chiedo una cosa. Il commesso, giovane, gentile, disponibile, mi guarda.

“Certo, signora, un attimo che controllo.”

Prende il computer. Cerca. Si ferma. Guarda lo schermo. Poi guarda me. Poi di nuovo lo schermo.

“Dunque…”

E lì lo vedo, con quel piccolo punto interrogativo che compare negli occhi. Come se improvvisamente avesse perso il collegamento con la centrale operativa.

Io aspetto. Lui aspetta. Il computer aspetta. A questo punto manca solo che qualcuno ci porti un caffè.

Poi finalmente dice:  “Mi scusi, cosa mi aveva chiesto?”   

E io pensó, ah, allora non sono io.

Qualche giorno dopo mi capita con una ragazza che mi sta aiutando per una pratica.

È giovane, competente, gentilissima. Inizia a spiegarmi qualcosa.

“Per fare questa cosa deve prima…” Si interrompe. Pausa. “Un attimo…”

Controlla il teléfono, poi il computer. Poi un foglio, poi mi guarda.

“Dicevamo?”

E io ormai sono entrata nella modalità investigatore. “Non lo so. Mi stava spiegando una cosa.”

“Ah sì!” Riparte. Dopo trenta secondi:

“Comunque…”Pausa. “Cosa stavo dicendo?”

A quel punto comincio a chiedermi se non sia in corso un esperimento sociale.

Forse sono dentro una candid camera. Forse tra poco esce qualcuno da dietro una pianta e dice: “Complimenti! Ha superato il test sulla pazienza!”

Ma non succede. Succede semplicemente che siamo tutti così.

Anche la segretaria, quella efficientissima. Quella che gestisce contemporaneamente telefonate, appuntamenti, mail, persone e probabilmente anche il meteo.

Le parli. Ti ascolta. Risponde. Poi squilla il telefono. Risponde al telefono.

Arriva una mail. Risponde alla mail. Qualcuno le fa una domanda. Risponde alla domanda.

Torna da te. Ti guarda. E dice: “Scusi, a che punto eravamo?”

E lì capisci che il problema non è la memoria.

È che nella sua testa ci sono dodici persone che parlano contemporaneamente.

Questo dovrebbe essere il cervello moderno? Aiuto!

Forse è questo il punto. Abbiamo trasformato la nostra testa in un ufficio open space.

Tutto è aperto. Tutto è accessibile. Tutto è urgente. Tutto fa rumore. Il telefono suona.

Arriva una notifica, un messaggio, una mail, una telefonata, una noticia, un promemoria, una cosa che dobbiamo ricordare.

Un’altra che ci siamo appena ricordati di aver dimenticato e mentre facciamo una cosa, ne pensiamo già un’altra.

Mentre parliamo con qualcuno, pensiamo a quello che dobbiamo fare dopo. Mentre lavoriamo, controlliamo il teléfono, mangiamo, guardiamo qualcosa.

Mentre guardiamo qualcosa, rispondiamo a qualcuno. Mentre rispondiamo a qualcuno, pensiamo che dovremmo essere più presenti.

Siamo riusciti a distrarci persino dalla nostra distrazione.

Ci hanno raccontato che siamo diventati bravissimi a fare più cose contemporaneamente. Io comincio ad avere qualche dubbio.

Non e’ che facciamo più cose contemporáneamente e che passiamo velocemente da una cosa all’altra, lasciando piccoli pezzi di attenzione dappertutto.

Come Pollicino, ma invece delle briciole lasciamo neuroni.

E alla fine della giornata siamo stanchi. Molto stanchi. Ma non sempre sappiamo bene di cosa. Abbiamo lavorato tanto, risposto tanto, pensato tanto. Corso tanto.

Eppure abbiamo la curiosa sensazione di non aver fatto veramente niente.

Perché magari abbiamo fatto cento cose, ma non ne abbiamo vissuta davvero nessuna.

E allora ho cominciato a osservare una cosa Non siamo necessariamente diventati più stupidi, meno professionali, o diventati incapaci di concentrarci.

Forse siamo diventati sovraccarichi. Siamo bombardati continuamente da informazioni e stimoli e la nostra attenzione viene richiesta in continuazione.

E la cosa interessante è che l’attenzione è una risorsa limitata, non possiamo essere contemporaneamente qui e altrove.

Il corpo può, la testa no. Il corpo può essere seduto davanti a me, ma la mente può essere:

in una conversazione di ieri, in una preoccupazione di domani, in una mail non ancora scritta, in un messaggio che aspettiamo, in una discussione che immaginiamo, nel prossimo appuntamento, nel prossimo problema.

E quindi succede una cosa stranissima.

Siamo fisicamente presenti e mentalmente assenti.

Quindi siamo nel mondo degli assenti

Ecco perché qualche tempo fa mi è venuta questa definizione: viviamo in un mondo di assenti.

Non perché le persone non ci siano. Ci sono. Eccome. Sono davanti a noi. Ci parlano. Ci lavorano. Ci amano. Ci ascoltano…o almeno ci provano.

Ma spesso sono altrove. E forse, qualche volta, lo siamo anche noi.

Quante volte qualcuno ci racconta qualcosa e noi facciamo:

“Certo, certo…” mentre nella nostra testa stiamo già pensando:

“Devo ricordarmi di comprare l’acqua.”

E magari quella persona ci sta raccontando qualcosa di importante.

E noi siamo lì. Fisicamente, ma non veramente.

Però attenzione, non diamo tutta la colpa al telefono

Perché sarebbe troppo semplice. È colpa del telefono. È colpa dei social.

È colpa di Internet. È colpa dei giovani. È colpa del mondo moderno.È colpa di tutto.

Possiamo anche dare la colpa al tostapane, così completiamo la lista.

La tecnologia sicuramente non aiuta. È progettata per attirare la nostra attenzione.

Ma il problema è anche culturale. Viviamo nella religione della velocità.

Rispondi subito. Fai subito. Decidi subito. Produci. Organizza. Ottimizza.

Non perdere tempo, informazioni,  opportunità, messaggi. Non perdere nulla.

E così abbiamo sviluppato una nuova forma di ansia e cioe'  la paura di non essere aggiornati.

E mentre cerchiamo di non perderci niente…rischiamo di perderci proprio quello che abbiamo davanti.

Una conversazione, un tramonto, un pranzo, una persona, un momento, una sensazione, un pensiero.

La nostra stessa vita.

Perché la vita non arriva con una notifica, non lampeggia, non vibra.

Non scrive: “ATTENZIONE! Questo momento è importante.”

Passa, e basta.

La buona notizia è che la presenza si può allenare. Non dobbiamo diventare monaci tibetani. Anche perché personalmente non mi vedo molto bene. Possiamo cominciare da cose ridicolmente semplici.

Per esempio:

Il caffè

La prossima volta che bevi un caffè, prova a bere un caffè.

Non a bere il caffè mentre controlli il telefono, pensi alla giornata, rispondi a un messaggio e organizzi mentalmente la riunione delle undici.

Bevi il caffè. Senti il profumo, il calore, il sapore.

Per tre minuti. Tre. Non trenta,  mica dobbiamo illuminarci.

Dobbiamo solo esserci.

La conversazione!!!

Quando qualcuno ti parla, prova a fare una cosa rivoluzionaria - ascoltalo.

Non preparare la risposta, non interrompere, non controllare il teléfono, non pensare a cosa devi fare dopo.

Ascolta.

E guarda cosa succede. Perché essere ascoltati veramente è diventato talmente raro che, quando accade, quasi ci commuoviamo.

Poi, certo, esiste anche l’altra categoria: quelli che non parlano con te, parlano davanti a te. 😄

Partono con: “Ti devo raccontare una cosa veloce…”

E tu, ingenuo, pensi: Bene, due minuti.

Dopo venti minuti sei ancora lì, mentre la persona ha attraversato l’infanzia, il lavoro, tre relazioni, la politica internazionale e, forse, sta per arrivare al punto.

Il problema è che non c’è una pausa. Non una virgola.

Non un piccolo spiraglio in cui infilare un “anch’io…” o anche solo un “capisco”.

È un comizio senza intervallo, e tu sei lì con il microfono spento. 😂

Ma anche in questi casi possiamo provare ad ascoltare.

Senza guardarli con l’espressione di chi sta cercando disperatamente un’uscita di sicurezza.

Possiamo ascoltare davvero, ma anche imparare a creare spazio nella conversazione.

Con gentilezza, ogni tanto si può dire:

“Fermati un secondo, questa cosa che hai detto mi interessa. Fammi capire…”

Oppure, sorridendo:

“Aspetta, fammi entrare anche a me in questa conversazione!” 😄

Perché ascoltare non significa stare zitti per sempre.

Una buona conversazione non è una gara a chi parla di più.

È un po’ come giocare a ping-pong: io parlo, tu ascolti, poi tu parli, io ascolto.

Se uno tiene la pallina per venti minuti, non è più una conversazione.

È un monologo con un testimone.

Quindi sì, ascoltiamo.

Ascoltiamo con attenzione, con pazienza, senza preparare mentalmente la nostra risposta.

Ma ricordiamoci anche che ascoltare qualcuno significa, prima o poi, avere uno spazio per parlare.

Perché la cosa più bella non è semplicemente avere qualcuno che ci ascolta.

È sentire che, in quella conversazione, ci siamo entrambi.

 E poi c'è un esercizio ancora più importante. Ritornare a noi.

Accorgersi.

Perché la mente scapperà. È inevitabile. Stai parlando con qualcuno e penserai ad altro.

Stai lavorando e ti distrarrai. Stai leggendo e dopo due pagine scoprirai di non sapere cosa hai letto. Non importa. Non devi arrabbiarti.

Devi semplicemente fare una cosa, tornare.

“Torno qui.”

“Torno a quello che sto facendo.”

“Torno a questa persona.”

“Torno a questo momento.”

È tutto.

La presenza non è non distrarsi mai. È accorgersi di essersi distratti e tornare.

Ed è qui che, per me, entra il coaching. Perché il coaching, prima ancora di parlare di obiettivi, risultati, cambiamenti e nuove direzioni, può aiutare a fare una cosa molto più semplice:

fermarsi e vedere.

Vedere dove siamo, cosa stiamo facendo, come stiamo vivendo.

Vedere cosa ci sta portando via attenzione e quali automatismi ci governano.

Perché non possiamo cambiare ciò che non vediamo, quindi non abbiamo bisogno immediatamente di una soluzione.

Abbiamo bisogno di consapevolezza.

Di quello spazio di qualche secondo in cui smettiamo di reagire automaticamente e ci chiediamo:

“Ma io, in questo momento, dove sono?” È una domanda semplice.

Ma può cambiare moltissimo.

Oggi esserci e’ il vero lusso.

In un mondo che compete continuamente per la nostra attenzione, essere presenti è l’obiettivo.

Guardare una persona negli occhi. Ascoltare davvero. Mangiare senza uno schermo davanti. Camminare senza dover riempire ogni silenzio. Fare una cosa alla volta.

Respirare. Accorgersi. Sentire. E soprattutto smettere, almeno per qualche momento, di vivere sempre cinque minuti avanti.

Perché magari siamo talmente impegnati a preparare quello che succederà dopo…

che ci stiamo perdendo quello che sta succedendo adesso.

E allora, la prossima volta che entrate in una stanza e non ricordate perché ci siete entrati, non preoccupatevi immediatamente dell’età.

Fermatevi. Respirate. Guardatevi intorno.

E provate a chiedervi:

“Dove ero, mentre ero qui?”

Non è solo una domanda sulla memoria, è una domanda sulla vita.

Perché alla fine il problema non è soltanto dimenticare cosa stavamo dicendo.

Il problema sarebbe dimenticare di esserci mentre lo diciamo.

In questo grande mondo di persone presenti solo a metà, la vera rivoluzione potrebbe essere molto semplice: esserci. Davvero.

Anche solo per cinque minuti.

Ma esserci.

D.S.💓

 

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