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mercoledì 30 settembre 2026

Dall' assenza alla connessione


Da dove nasce questa riflessione

Ieri sera mi è capitato di ascoltare, in un programma su YouTube di Selene Calloni , una conversazione che mi ha fatto riflettere molto sul significato che diamo alle assenze e a quel senso di vuoto che può accompagnarci quando qualcuno che amiamo non fa più parte della nostra quotidianità come prima.

Il tema mi ha colpito particolarmente perché, proprio poco tempo prima, avevo trascorso una settimana con mio figlio dopo un periodo in cui non eravamo riusciti a vivere così tanto tempo insieme. E quella settimana, con la sua presenza, i momenti condivisi, le conversazioni, le piccole cose quotidiane, mi aveva lasciato una sensazione di benessere e di pienezza difficile da spiegare.

Lo stesso sentimento l'ho ritrovato, in un'altra forma, durante un'estate trascorsa con un amica e amici cari. Persone con cui condivido una parte importante della mia vita, con le quali posso ridere, parlare, stare in silenzio, ricordare, raccontarmi.

E poi, inevitabilmente, arriva il momento in cui ognuno torna alla propria vita.

Le case si svuotano e le voci che abbiamo ascoltato per giorni non ci sono più.

Le persone che erano fisicamente accanto a noi tornano ad essere lontane.

Ed è proprio lì che possiamo accorgerci di quanto la loro presenza ci avesse fatto bene.

Mi sono chiesta allora: è davvero un vuoto quello che sentiamo quando qualcuno non è più accanto a noi? O è la sensazione di una parte di noi che non riusciamo più a percepire come prima?

Questa domanda mi ha spinta ad approfondire il tema e a mettere per iscritto alcune delle riflessioni ascoltate nell’ audio, insieme a ciò che ho sperimentato personalmente, per non perdere pensieri e insegnamenti che potrebbero essere utili anche ad altre persone.

Perché tutti, prima o poi, dobbiamo confrontarci con la distanza, con i cambiamenti e con la perdita. E forse imparare a guardare queste esperienze in modo diverso può aiutarci a trasformare quel senso di vuoto in una nuova forma di presenza e di connessione. E’ da qui che vorrei partire.

Non è un vuoto, è una parte di noi che non sentiamo più vicina

Ci sono assenze che non assomigliano a nessun'altra.

Quando un figlio cresce e lascia la casa, quando una persona con cui abbiamo condiviso una parte importante della nostra vita si allontana, quando muore un genitore, può comparire dentro di noi una sensazione difficile da spiegare.

La chiamiamo vuoto. “Mi sento vuoto.”

“Da quando non c'è più, mi manca qualcosa.”

“Quando i miei figli non sono con me, la casa sembra diversa.”

“Quando li rivedo, invece, sto immediatamente meglio.”

Ma la parola vuoto non racconta fino in fondo ciò che accade.

Magari non siamo vuoti, ma semplicemente ci sentiamo non interi.

E questa differenza, apparentemente sottile, può cambiare il modo in cui guardiamo alla perdita, alla distanza e persino alla solitudine.

Il vuoto che non è veramente vuoto

Quando una persona entra profondamente nella nostra vita, non occupa semplicemente uno spazio esterno. Diventa parte della nostra esperienza.

Con quella persona costruiamo abitudini, ricordi, gesti, linguaggi, progetti, aspettative. Il nostro corpo impara la sua presenza, il suono della sua voce, il modo in cui cammina, il suo odore, il ritmo con cui entra dalla porta, il modo in cui ci guarda.

Ma soprattutto costruiamo una relazione. E una relazione, con il tempo, modifica anche noi. Diventiamo genitori attraverso i nostri figli. Diventiamo compagni attraverso la relazione con il partner e figli attraverso il rapporto con i nostri genitori.

Una parte della nostra identità nasce nello spazio che condividiamo con gli altri.

Per questo, quando quella presenza cambia o viene meno, non perdiamo soltanto qualcuno che è “fuori” di noi. Perdiamo anche una modalità di essere noi stessi.

Il genitore che accompagna il figlio a scuola, che lo aspetta, che prepara la cena, che ascolta i suoi problemi, che si preoccupa quando torna tardi, è una persona precisa.

Quando il figlio cresce e quella quotidianità finisce, quella versione del genitore non ha più lo stesso spazio in cui esprimersi. E allora può nascere il senso di vuoto.

Ma sarebbe più preciso dire: “Una parte di me non trova più, nel mondo esterno, il modo in cui era abituata a manifestarsi.”

Quando un figlio cresce

Questa esperienza può essere particolarmente forte quando i figli diventano adulti.

Per molti anni la loro presenza è stata intrecciata con la nostra vita quotidiana, poi, quasi impercettibilmente, il rapporto cambia. Prima hanno bisogno di noi per quasi tutto, poi sempre meno.

Prima la loro vita coincide in gran parte con la nostra, poi comincia ad allontanarsi.

Arrivano la scuola, gli amici, le relazioni, l'università, il lavoro, la casa propria.

È un processo naturale e necesario, eppure, dal punto di vista emotivo, può essere una piccola rivoluzione.

La mente può comprendere perfettamente che sia giusto così, il cuore e il corpo possono avere bisogno di molto più tempo.Perché il corpo non ragiona soltanto attraverso concetti. Riconosce le presenze e ciò che per anni è stato familiare.

Riconosce una voce, un abbraccio, un profumo, un volto, una particolare energia relazionale. ed è per questo che può accadere qualcosa di molto particolare.

Siamo stati lontani dai nostri figli per giorni o settimane, li abbiamo sentiti al teléfono, abbiamo parlato con loro, sappiamo razionalmente che stanno bene, eppure, quando finalmente li rivediamo, qualcosa dentro di noi cambia.

A volte basta un abbraccio, e improvvisamente ci sentiamo meglio, più tranquilli, più vivi. Più presenti. Come se qualcosa fosse tornato al proprio posto.

Il corpo riconosce il legame

Possiamo interpretare questa esperienza anche attraverso la psicologia e la fisiologia.

Gli esseri umani sono profondamente relazionali. I legami affettivi coinvolgono memoria, emozioni, sistema nervoso e percezione del senso di sicurezza.

Una persona significativa non è rappresentata nella nostra mente soltanto come un'immagine o come un ricordo, e’ associata a una quantità enorme di informazioni sensoriali ed emotive.

Per questo una riunione può produrre un effetto molto intenso, non è necessario che accada qualcosa di straordinario.

Può essere semplicemente:

“Eccolo.”

“È qui.”

“Posso abbracciarlo.”

“Posso guardarlo.”

“È davvero davanti a me.”

E il nostro sistema interno può ricevere un messaggio di sicurezza e familiarità.

Per questo il sollievo che sentiamo quando riabbracciamo qualcuno che amiamo non è necessariamente un'illusione. È un'esperienza reale.

Il significato che scegliamo di attribuirle, invece, può essere diverso.

Una lettura più profunda, la parte di noi che vive nella relazione

Esiste poi una lettura più interiore, spirituale. Secondo questa prospettiva, quando amiamo profondamente qualcuno, una parte della nostra esperienza di noi stessi viene condivisa con quella persona. Non significa necessariamente che quella parte ci venga “portata via”.

Significa piuttosto che abbiamo imparato a percepirci anche attraverso quella relazione.

Quando la persona si allontana, dobbiamo imparare a riconoscere quella parte di noi in una forma nuova. È qui che la parola integrazione diventa importante.

Quindi il compito non è riempire il vuoto. IL compito è integrare nuovamente dentro di noi ciò che avevamo imparato a vivere attraverso l'altro.

Un figlio che cresce non porta via il nostro essere genitori, ci costringe a trasformarlo.

Un genitore che muore non cancella il nostro essere figli, ci costringe a vivere quella parte di noi senza più la presenza fisica del genitore.

Una relazione che termina non cancella ciò che siamo stati, ci chiede di portare quella esperienza dentro una forma nuova.

La presenza fisica non è l'unica presenza

Ed è qui che entra la dimensione spirituale. Molte tradizioni spirituali sostengono che il legame tra le persone non sia riducibile alla sola presenza fisica. Parlano di energia, coscienza, campo sottile, corpo eterico, anima o connessione.

Possiamo immaginare che esista dentro di noi una dimensione della relazione che non scompare semplicemente perché non possiamo più vedere l'altra persona.

Il figlio che vive in un'altra città continua a esistere dentro la nostra esperienza.

Il genitore che è morto continua a vivere nei ricordi, nei gesti che ci ha insegnato, nelle frasi che ripetiamo, nei valori che abbiamo ricevuto.

La persona amata che non è più accanto a noi continua a occupare uno spazio nella nostra coscienza. In questo senso, la relazione non è finita semplicemente perché è cambiata la sua forma.

La distanza modifica la forma del legame

Una delle grandi difficoltà dell'essere umano è proprio questa, confondiamo spesso la fine di una forma con la fine del legame.

Ma le relazioni cambiano continuamente forma.

Il bambino diventa adolescente, l' adolescente diventa adulto, il figlio lascia la casa, il partner può diventare un ex partner, i genitori diventano anziani, una persona muore.

La presenza cambia, ma ciò che abbiamo vissuto non può essere cancellato.

Possiamo allora chiederci: “Come posso continuare a vivere questo legame senza pretendere che torni ad essere come prima?”

Questa domanda apre uno spazio completamente diverso, non cerca di riportare indietro il passato, cerca di trasformarlo in qualcosa che possa continuare a vivere nel presente.

Quando arriva la mente con le sue paure

In questo processo c'è però un ostacolo molto potente, la mente.

Quando qualcuno che amiamo non è vicino, la mente può cominciare a costruire scenari.

“E se gli succedesse qualcosa?” “E se non avesse più bisogno di me?”

“E se si allontanasse definitivamente?” “E se un giorno non mi cercasse più?” “E se fossi solo?”

La mente cerca continuamente di prevedere ciò che potrebbe accadere.

È una delle sue funzioni. Il problema nasce quando iniziamo a confondere ogni pensiero con una realtà. Un pensiero può essere ascoltato senza essere seguito.

E come consigliava l’audio, possiamo imparare a dire:

“Ti ascolto, ma non ti seguo.”

È una frase semplice, ma profondamente trasformativa.

Non combattiamo la mente. Non diciamo:

“Devo smettere di pensare.” Non cerchiamo di reprimere la paura. La osserviamo. “Ti vedo.” “Capisco che stai cercando di proteggermi.” “Ma in questo momento non ho bisogno di seguirti.” È una forma di distacco consapevole. 

Questa formula personalmente la pratico da un bel po’ È un modo semplice per ricordarmi che un pensiero non è necessariamente la realtà e che non tutto ciò che la mente racconta merita di diventare una storia da vivere.

 Da quando pratico questo piccolo esercizio, ho imparato a creare uno spazio tra ciò che penso e ciò che scelgo di fare. E proprio in quello spazio ritrovo più calma, presenza e libertà.

La mente può continuare a parlare ed io posso ascoltarla senza darle necessariamente le chiavi della mia vita.

 

Ti ascolto, ma non ti seguo

Immaginiamo di essere soli in casa e che il figlio sia lontano.

Arriva il pensiero:

“Non è qui. Mi manca. Chissà quando lo rivedrò.” Possiamo seguirlo.

E allora arriva un altro pensiero, poi un altro, e la mente costruisce una storia.

La nostalgia diventa paura. La paura diventa ansia. L'ansia diventa sofferenza.

Oppure possiamo fermarci.

Respirare.

E osservare:

“Sto pensando a mio figlio.” “Sto sentendo la sua mancanza.”

“Il mio corpo sta reagendo alla sua assenza.” “Ma in questo momento sono qui.”

“Lui è nella sua vita.” “Il nostro legame non deve necessariamente essere misurato dalla distanza fisica.”

Questo non elimina la nostalgia.

La trasforma. Molte sofferenze nascono dal tentativo di controllare ciò che non possiamo controllare.

Vorremmo sapere sempre dove sono le persone che amiamo, vorremmo proteggerle da ogni difficoltà e sapere che non soffriranno.

Vorremmo essere certi che rimarranno vicine, ma amare qualcuno significa anche, prima o poi, riconoscere che quella persona non ci appartiene.

Un figlio non è una parte del nostro corpo che possiamo trattenere. È una persona che è arrivata attraverso di noi e che, crescendo, deve diventare pienamente se stessa.

Lasciarlo andare non significa smettere di amarlo ma trasformare il modo in cui lo amiamo.

Da: “Ho bisogno che tu sia vicino perché io possa stare bene.”

a: “Sono felice quando sei vicino, ma il nostro legame non dipende esclusivamente dalla tua presenza fisica.”

Questa è una trasformazione enorme.

La meditazione come ritorno all'integrità

La meditazione può diventare uno spazio in cui sperimentare questa trasformazione.

Non per cancellare la mancanza o per convincerci che non abbiamo bisogno di nessuno.

E nemmeno per fuggire dalla realtà, ma per imparare a rimanere presenti anche quando qualcosa dentro di noi dice:

“Mi manca.” Possiamo sederci. Chiudere gli occhi. Respirare.

E portare alla mente la persona che amiamo. Non dobbiamo immaginarla fisicamente accanto a noi, ma possiamo semplicemente riconoscere ciò che quella persona rappresenta.

L'amore, la familiarità, la storia, la gratitudine. La parte di noi che è nata attraverso quella relazione.

Poi possiamo respirare e ripeterci:

“Quello che ho vissuto con te è parte di me.”

“Non devo trattenerti per conservare ciò che siamo stati.”

“Posso lasciarti libero e continuare ad amarti.”

“Posso essere intero anche nella distanza.”

Integrità non significa non sentire la mancanza

Questo secondo me e’  il punto più importante, essere integri non significa non avere nostalgia.

Non significa diventare indipendenti al punto da non aver più bisogno di nessuno.

L'integrità potrebbe significare qualcosa di molto diverso: sentire la mancanza senza sentirsi mancanti.

Posso dire: “Mi manchi.” Senza trasformarlo in:

“Mi manca una parte di me e quindi non posso stare bene.”

Posso amare profondamente qualcuno e contemporaneamente sentirmi completo.

Posso desiderare un abbraccio e contemporaneamente sentire dentro di me la presenza del legame.

Posso piangere per una persona che non c'è più e, nello stesso momento, sentire gratitudine per averla incontrata.

Quando il figlio torna

E allora torniamo a quell'esperienza così concreta da cui siamo partiti.

Dopo giorni, settimane o mesi di distanza, nostro figlio entra dalla porta.

Lo vediamo, ci abbracciamo e qualcosa cambia.

Il corpo sembra respirare diversamente, la tensione si scioglie, sorridiamo, e ci sentiamo improvvisamente meglio.

Possiamo leggere questo fenomeno in termini psicologici: la presenza della persona amata riattiva un legame affettivo e può favorire una sensazione di sicurezza e connessione.

Possiamo leggerlo anche in termini spirituali: è come se una parte della nostra energia relazionale tornasse a incontrarsi con la sua sorgente.

Le due interpretazioni non devono necessariamente combattersi. Possiamo semplicemente riconoscere l'esperienza:

“Quando ti rivedo, qualcosa dentro di me si ricompone.”

E quella sensazione ci insegna qualcosa, non necessariamente che abbiamo bisogno dell'altro per essere completi, ma che siamo esseri profondamente relazionali.

La nostra completezza non nasce dall'isolamento. Nasce anche dalla capacità di amare, di appartenere, di connetterci e, allo stesso tempo, di lasciare andare.

Il paradosso dell'amore

L'amore maturo contiene un paradosso.

Ci unisce e ci lascia liberi. Ci permette di sentire profondamente l'altro senza possederlo, di desiderarne la presenza senza trasformare la sua assenza in una condanna,  di custodire un legame senza pretendere di controllarne la forma.

La vera trasformazione consiste proprio in questo. Passare da:

“Se non ci sei, sono vuoto.”

a: “La tua assenza mi fa sentire la profondità del legame che abbiamo.”

E poi ancora:

“Posso sentire quel legame dentro di me, anche quando non sei fisicamente accanto a me.”

Non riempire il vuoto, ma abitare la connessione

A questo punto abbiamo capito che non dobbiamo combattere il vuoto, possiamo ascoltarlo e chiederci cosa ci sta mostrando.

Quale parte di noi è stata abituata a vivere attraverso quella relazione?

Quale identità dobbiamo ora trasformare? Quale amore possiamo continuare a portare dentro di noi? Quale paura possiamo lasciare andare? Quale forma nuova può assumere quel legame?

E soprattutto: possiamo imparare a distinguere l'assenza dalla perdita.

Una persona può essere assente e non essere perduta. Un figlio può vivere lontano e continuare ad essere profondamente presente nella nostra vita interiore.

Un genitore può non essere più fisicamente con noi e continuare a vivere nella nostra storia. Una relazione può terminare e lasciare comunque dentro di noi qualcosa che non è necessario cancellare.

La vita cambia forma continuamente e la nostra evoluzione consiste anche nell'imparare a cambiare forma insieme ad essa.

Un piccolo esercizio

Quando senti quel senso di vuoto perché una persona che ami non è con te, prova a fermarti per qualche minuto. Respira lentamente.

Non cercare immediatamente di distrarti e non cercare nemmeno di eliminare la sensazione.

Chiediti:

Che cosa sto sentendo veramente?

È solitudine?

Nostalgia?

Paura?

Bisogno di sicurezza?

Desiderio di contatto?

Poi prova a distinguere il fatto dal racconto della mente.

Il fatto potrebbe essere:

“Mio figlio oggi non è qui.”

Il racconto potrebbe essere:

“Sono solo. Gli sto diventando estraneo. Un giorno non avrà più bisogno di me.”

Sono due cose completamente diverse.

E quando arriva il secondo pensiero puoi semplicemente dirgli:

“Ti ascolto, ma non ti seguo.”

Poi torna al respiro.

E prova a sentire non ciò che manca, ma ciò che esiste ancora.

Il legame. L'amore. La storia condivisa. La gratitudine. La parte di te che quella persona ha contribuito a creare.

E’ proprio lì che il vuoto comincia lentamente a cambiare significato, non scompare necesariamente, ma diventa uno spazio abitato.

E ciò che sembrava una mancanza può trasformarsi nella consapevolezza di aver amato profondamente.

Quindi di nuovo, diventare integri non significa smettere di avere bisogno degli altri, ma riconoscere che ciò che abbiamo amato negli altri ha lasciato una traccia dentro di noi. E imparare a custodire quella traccia senza trattenere la persona.

Perché l'amore non è soltanto presenza. È anche memoria, trasformazione, libertà e coscienza.

E a volte, quando riabbracciamo qualcuno che amiamo dopo una lunga distanza, quel senso improvviso di benessere che attraversa il corpo sembra dirci una cosa semplicissima: “Il legame è ancora qui.” Non siamo tornati indietro, ma semplicemente, abbiamo ritrovato una parte di noi che avevamo imparato a riconoscere attraverso quella persona.

Una nota di gratitudine

Vorrei concludere con un grazie speciale a Selene Calloni, mia insegnante di Yoga Sciamanico e direi di vita, che da quando è entrata nel mio cammino non smette di offrirmi spunti per guardare dentro di me, riflettere e approfondire temi della vita con occhi sempre nuovi.

Ci sono insegnamenti che non hanno un prezzo, perché non si limitano a darci risposte: ci aiutano a trovare dentro di noi nuove domande, nuove consapevolezze e, a volte, nuove strade.

Di questo le sono profondamente grata.

D.S. 💖


giovedì 24 settembre 2026

CASA ALTROVE. Una casa condivisa, per un tempo diverso.



Cerchiamo persone con cui condividere temporaneamente una casa sul mare a Lanzarote.

Ci sono momenti in cui non vuoi partire per una vacanza, ma nemmeno vuoi restare esattamente dove sei.

Vorresti semplicemente cambiare scenario per un po'.

Portarti il tuo lavoro, il tuo computer, i tuoi libri, le tue idee. Avere il mare vicino. Vivere con meno. Conoscere persone nuove. Avere il tempo di fare qualcosa che nella vita di tutti i giorni rimandi sempre.

È da questa idea che nasce Casa Altrove.

Una casa in alto, a circa 400 metri dal mare, con spazio intorno e poche persone dentro. Un luogo pensato per essere condiviso per un periodo limitato: da tre a sei mesi.

Non è un Airbnb.
Non è un ostello.
Non è una casa vacanze.
Non è una comunità organizzata.

È semplicemente una casa da abitare insieme per un tratto di strada.

Chi cerchiamo

Persone autonome, curiose, rispettose e possibilmente con una vita propria già avviata.

Qualcuno che lavora da remoto.
Qualcuno che sta scrivendo.
Qualcuno che sta costruendo un progetto.
Qualcuno che vuole cambiare aria per qualche mese.
Qualcuno che si trova tra una fase e l'altra della propria vita e ha voglia di vedere cosa succede vivendo altrove.

Non cerchiamo persone che vogliono vivere o trasferirsi sull'isola.

Cerchiamo persone di passaggio.

Ed è proprio questo che rende l'esperienza interessante: sapere fin dall'inizio che ci sarà un inizio e ci sarà una fine.

Il soggiorno è pensato per 3–6 mesi massimo, così la casa rimane nel tempo un luogo di incontro e di passaggio, senza trasformarsi in una convivenza permanente.

Non serve avere un progetto

Non devi arrivare con un business plan, un libro da scrivere o una missione da compiere.

Puoi semplicemente avere voglia di stare lì.

Lavorare, leggere, nuotare, camminare, cucinare, pensare, dormire, conoscere persone.

Oppure puoi arrivare con qualcosa che vuoi finalmente fare e avere bisogno di qualche mese e di un luogo tranquillo per farlo.

La casa non ti chiede di essere produttivo. Ti offre semplicemente spazio.

E magari porti qualcosa di tuo

Non è un obbligo e non è una prestazione.

Ma ci piace l'idea che chi arriva possa lasciare qualcosa alla casa e alle persone che incontra.

Una ricetta.
Una cena.
Una fotografia.
Una lingua.
Una canzone.
Un libro.
Una competenza.
Una storia.
Un'idea.
O semplicemente il modo in cui sai fare bene qualcosa.

Ognuno porta quello che vuole.

Perché una casa condivisa diventa interessante non per quello che offre, ma per le persone che ci passano.

Poche persone, poco rumore

La casa è pensata per poche persone.

Si condividono gli spazi, le spese e, se va, anche qualche momento della giornata.

Non è necessario fare tutto insieme.

Ognuno ha il proprio lavoro, i propri ritmi e la propria privacy.

Ma magari una sera si cucina insieme.

Una mattina si va al mare.

Un'altra volta si beve qualcosa guardando il tramonto.

E magari una persona che oggi non conosci diventa, per qualche mese, una parte bella della tua vita.

Una casa, non un resort

La vita qui è semplice.

Non promettiamo lusso, servizi o una vacanza organizzata.

Promettiamo qualcosa di diverso:

spazio, tempo, mare, una casa da condividere e la possibilità di vivere per qualche mese fuori dalla tua solita traiettoria.

Le spese vengono condivise in modo trasparente e proporzionato alla vita della casa.

L'idea è mantenere l'esperienza accessibile anche a chi, vivendo da solo, difficilmente potrebbe permettersi una casa in un luogo così per tre o sei mesi.

E poi si riparte

Questa è una parte importante del progetto.

Dopo qualche mese si va via.

Arriverà qualcun altro.

Porterà un'altra storia, un altro lavoro, altre abitudini, magari un'altra lingua.

E la casa continuerà a raccogliere persone diverse, senza appartenere completamente a nessuno.

Casa Altrove è questo: un posto in cui fermarsi, senza necessariamente restare.

Forse per tre mesi.

Forse per sei.

Abbastanza a lungo per sentirlo casa.

Abbastanza poco per avere ancora voglia di scoprire cosa c'è dopo.



Ti interessa?

Se leggendo queste righe hai pensato “potrebbe fare per me”, scrivici.

Non c'è un modulo da compilare e non cerchiamo il candidato perfetto.

Ci interessa prima di tutto conoscerti un po' e capire se questa idea può funzionare per te e, soprattutto, se può esserci una buona sintonia con le persone che in quel periodo condivideranno la casa.

Ti chiederemo semplicemente alcune cose:

  • chi sei e cosa fai;
  • perché ti piacerebbe vivere per qualche mese sull'isola;
  • per quale periodo stai pensando di venire;
  • se lavori da remoto e quali sono le tue esigenze;
  • come immagini una buona convivenza;
  • cosa ti piace fare nel tempo libero;
  • se hai già avuto esperienze di convivenza o co-living;
  • e, soprattutto, che tipo di persona sei quando condividi una casa con altre persone.

Poi ci faremo una chiacchierata, anche semplicemente in video.

Non vogliamo creare una comunità per tutti.

Vogliamo trovare le persone giuste per questa casa, in quel determinato momento.

Perché vivere insieme per qualche mese può essere un'esperienza bellissima, ma solo quando c'è rispetto, autonomia, curiosità e un minimo di affinità.

Se pensi che Casa Altrove possa essere il tuo prossimo “altrove”, contattaci e raccontaci qualcosa di te. 

A info@damasvidaatuvida.com

Magari non stai cercando una casa.

Magari stai solo cercando un posto dove vivere per un po'.

D.S. 💗 

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