La vita è un sogno.
E già qui qualcuno potrebbe irrigidirsi, prendere un’espressione molto seria e dire: «Attenzione, bisogna stare attenti a queste affermazioni. La vita è complessa, bisogna essere consapevoli, elevati, centrati…».
Certo. E magari, mentre lo dice, ti sta anche facendo sentire una merda perché hai osato arrabbiarti con qualcuno che ti tratta male da quindici anni.
Ma procediamo con calma.
La vita è un sogno.
Non necessariamente un sogno bello, ordinato, coerente e instagrammabile. Un sogno non deve essere coerente. Può contenere una casa che non esiste, una persona morta che torna a parlarti, una porta che conduce direttamente al mare e, cinque minuti dopo, tua zia che guida un autobus.
Nel sogno non chiediamo: «Scusi, ma questa scena è coerente con il capitolo precedente?». No. La viviamo. E quando arriva l’incubo, il punto non è necessariamente risolverlo.
A volte l’incubo finisce nel momento che capisci che è un incubo e no quando hai finalmente convinto tutti, o quando quella persona ha ammesso di averti manipolato. Non quando hai ottenuto le scuse che aspettavi e nemmeno quando il mondo si e’ finalmente comportato secondo il tuo senso di giustizia. Finisce quando smetti di credere che quello che stai vivendo sia l'unica realtà possibile.
Ed è qui che comincia la liberazione.
Liberarsi non significa diventare bravi. C’è una strana idea di spiritualità secondo cui, per essere evoluti, dovremmo diventare persone sempre tranquille.
Non arrabbiarti, non giudicare, non reagire, comprendi, accetta. Perdona, respira.
Eleva la vibrazione, sorridi.
E soprattutto, se qualcuno ti sta calpestando, ringrazialo per averti offerto un’importante opportunità di crescita. No. Anche basta. A volte la crescita spirituale consiste proprio nel dire:
«Questa cosa non mi va bene.»
E, in certi casi: «Vaffanculo.» Non perché il vaffanculo sia spiritualmente superiore alla compassione. Ma perché può essere molto più sano di dieci anni passati a reprimere la rabbia per sembrare una persona evoluta.
La rabbia non è necessariamente il nemico, spesso un messaggero. Arriva quando qualcosa dentro di noi dice:
«Ehi. Qui c’è un confine che è stato superato.»
Il problema non è provare rabbia. Il problema è quando non sappiamo ascoltarla e allora la trasformiamo in distruzione, vendetta, rancore, aggressività.
Ma c’è una terza possibilità. Possiamo ascoltarla, ringraziarla e capire cosa ci sta mostrando. E poi possiamo fare qualcosa di molto rivoluzionario: andarcene.
Ora vorrei parlarvi del teatro delle persone educate.
Ci sono persone meravigliosamente educate. Parlano piano, usano parole raffinate.
Non alzano mai la voce. Dicono «con tutto il rispetto», «io non giudico», «bisogna comprendere».
Dicono «io voglio solo il tuo bene». E poi, lentamente, ti fanno a pezzi.
Non con una coltellata ma con mille piccole cose. Una critica qui, una svalutazione là.
Un giudizio travestito da consiglio, una colpa consegnata con il fiocco.
Una frase apparentemente innocente che ti lascia per ore a chiederti:
«Ma forse sono davvero io il problema?»
E questo è il loro piccolo capolavoro, perché una persona apertamente incavolata può essere riconosciuta. Ma quella che ti ferisce con il sorriso e poi ti convince che sei tu ad averla ferita?
Quella richiede un certo allenamento.
Ci sono persone che non hanno bisogno di alzare la voce, ti educano al senso di colpa.
E quando finalmente reagisci, eccole lì: «Mi dispiace che tu l’abbia presa così.»
Una frase meravigliosa. La riconoscete? Perché non dice: «Mi dispiace di averti infastidito o ferito.»
Dice: «Mi dispiace che tu abbia avuto la pessima idea di sentirti infastidito o ferito.»
Geniale. Quasi arte contemporanea.
Altro tema da non sottovalutare, osserva quando non hai piu’ nulla da dare.
C’è un esperimento semplicissimo. Smetti, per un po’, di essere utile, di risolvere problema, di ascoltare tutti.
Smetti di essere sempre disponible, di fare favori, di offrire energia a chi arriva solo quando ne ha bisogno.
E osserva.
Chi ti cerca quando non hai nulla da offrire? Chi ti chiama semplicemente per sapere come stai? Chi resta quando non puoi essere utile? Chi è curioso della tua presenza e non dei tuoi servizi? Chi sa stare con te anche quando non stai producendo niente?
È lì che cominci a vedere.
Perché finché dai, non sai sempre chi ama te e chi ama ciò che riceve attraverso di te.
Quando smetti di dare, il paesaggio cambia. Alcune persone scompaiono, altre si arrabbiano, certe improvvisamente diventano fredde.
E qualcuna, invece, rimane. Non chiede niente. Non pretende niente. C’è.
Ed è bellissimo. Queste sono le persone con cui puoi fluire. Non perché siano perfette.
Ma perché non devi continuamente difenderti da loro.
Noi queste cose le sentiamo prima nel corpo e poi nella testa, a livello sottile, prima ancora di riuscire a spiegarle.
Il corpo sa.
Sa quando una relazione è leggera. Sa quando puoi respirare. Sa quando puoi essere te stesso senza controllare ogni parola.
E sa anche quando stai entrando in una stanza dove devi continuamente stare attento.
Quando devi prevedere la reazione dell’altro o devi giustificarti, dimostrare, essere buono, comprensivo. Quando devi ingoiare o sorridere mentre dentro stai urlando.
E allora l’anima si appesantisce e non perché non siamo abbastanza evoluti, ma perché magari stiamo vivendo dentro qualcosa che ci sta stretto.
E quando non riusciamo a liberarci, arriva la rabbia. La rabbia dice: «Basta.»
È una parola potentissima. Basta.
Non significa odio vendetta oppure «adesso distruggo tutto».
Significa: «Non voglio più vivere contro me stesso.»
E qui arriviamo al grande protagonista di molte prigioni interiori: il senso di colpa.
Il senso di colpa è fantastico.
Non servono sbarre o carcerieri, basta convincerti che se scegli te stesso stai facendo del male a qualcuno. E così rimani. Rimani nella relazione, nel lavoro, nella situazione, nella famiglia.
Rimani nel ruolo e nella versione di te che tutti conoscono. Perché «non puoi deludere». «Non puoi essere egoista». «Devi capire». «Devi avere pazienza». «Devi perdonare». «Devi essere superiore».
E magari nessuno si chiede:
«Ma questa persona quanto deve ancora tradire se stessa per essere considerata buona?»
Perché c’è una differenza enorme tra amore e sottomissione.
Tra compassione e autoannullamento. Tra perdono e disponibilità a farsi ferire o invadere ancora.
Tra pace e repressione. Tra elevarsi e sopportare.
E forse dovremmo smettere di chiamare «evoluzione» tutto ciò che ci rende più docili.
Non dovresti essere superiore alla tua rabbia. La rabbia non va necessariamente superata.
Va attraversata, ascoltata, decifrata. A volte contiene informazioni preziose.
«Questo mi fa male.»
«Questo non lo voglio.»
«Questo limite è stato superato.»
«Questa persona non mi rispetta.»
«Questa vita non mi appartiene più.»
«Sto dicendo sì mentre tutto me stesso sta urlando no.»
La rabbia può diventare lucidità. E la lucidità può diventare libertà.
La vera trasformazione non è passare da: «Sono arrabbiato» a
«Non devo essere arrabbiato.» È passare da: «Sono arrabbiato e quindi distruggo» a:
«Sono arrabbiato. Ascolto perché. E scelgo cosa fare.»
Questo è potere.
E se fosse davvero un sogno? Immagina per un istante che sia davvero un sogno.
Non c’è nessuno da salvare. Nessuno da convincere. Nessuno da sistemare.
Nessuno da rendere felice a tutti i costi. Nessun ruolo da interpretare perfettamente.
Nessun tribunale cosmico che registra quante volte hai detto di no.
E soprattutto, non devi dimostrare di essere una brava persona soffrendo.
Questa potrebbe essere una delle più grandi liberazioni.
Perché forse ci hanno insegnato che il dolore dà valore. Che sopportare rende nobili.
Che sacrificarsi dimostra amore. Che essere sempre disponibili significa avere un cuore grande. Ma un cuore grande non è un cuore senza porte. Anche un cuore ha bisogno di serrature. E soprattutto di maniglie, per poter aprire e chiudere.
Allora sì. Permettiamoci qualche sano vaffanculo. Non necessariamente urlato.
A volte il vaffanculo più potente è silenzioso. È non controbattere.
È non spiegarsi, convincere o giustificarsi.
È non partecipare più al gioco, smettere di chiedere il permesso e uscire dalla stanza.
È cambiare numero, lasciare andare. È dire:
«Questa cosa non fa più per me.»
E andare avanti senza scrivere una tesi di laurea sulle proprie motivazioni.
Perché non tutto deve essere discusso o risolto.
Non tutti devono capire e soprattutto, non tutti meritano una spiegazione. A volte la spiegazione serve più a noi che all'altro, e quando finalmente abbiamo capito, possiamo smettere di spiegare.
La liberazione e’ piu’ semplice di quanto credi, dal momento che liberarsi non significa diventare persone nuove, ma smettere di essere ciò che non siamo.
Smettere di recitare, di sopportare per essere approvati e di confondere la bontà con la disponibilità infinita.
Smettere di scambiare la calma con la repressione e di continuare a chiamare «amore» ciò che ci tiene prigionieri.
Smettere di sentirci colpevoli perché finalmente abbiamo ascoltato noi stessi e magari imparare una cosa molto semplice:
posso tenere a qualcuno e comunque andarmene.
Posso perdonare e non tornare, comprendere e mettere un limite.
Posso non odiare nessuno e non voler più avere niente a che fare con qualcuno.
Posso essere spirituale e incazzarmi, meditare e mandare mentalmente o verbalmente a quel paese qualcuno.
Posso essere una persona per bene senza essere disponibile alla manipolazione.
E posso perfino dire:
«Scusami, ma questa dinamica non fa per me. Quindi basta.»
Senza odio, vendetta, o bisogno di vincere o che l'altro perda.
Solo liberi.
Alla fine il sogno e’ tuo.
Se la vita è un sogno, invece di pensare a come fare per rendere perfetto questo sogno, sarebbe meglio concentrarsi su come lo si vuole attraversare.
Con quanta verità? Con quanta leggerezza? Con quanta libertà?
Con quanta capacità di dire sì? E soprattutto con quanta capacità di dire no?
Perché il sogno non diventa libero quando elimini ogni problema.
Diventa libero quando smetti di credere che ogni problema debba essere risolto per permetterti di vivere.
L'incubo finisce quando riconosci l'incubo. E forse la liberazione comincia proprio lì: nel momento in cui guardi una situazione, una persona, un ruolo, una paura, un senso di colpa e dici: «Ah. Ecco cos'è.»
Non devo più convincermi che va bene. Non devo più chiamarlo amore. Non devo più chiamarlo karma, crescita o pazienza.
È semplicemente qualcosa che non voglio più vivere. E questo basta. Poi puoi respirare, ridere, piangere, arrabbiarti.
Puoi dire qualche sano, liberatorio, magnifico vaffanculo.
E finalmente tornare a vivere. Non perché hai sistemato il sogno. Ma perché hai capito che stavi sognando.
E nessun sogno ha il diritto di impedirti di essere libero.
D.S. 💕

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