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venerdì 14 agosto 2026

Il mondo degli assenti…ma dove siamo mentre siamo qui?

 Per un po’ ho pensato che fosse l’età. Lo ammetto.

Quando cominci a entrare in quella fase della vita in cui apri il frigorifero e, una volta li davanti, non ricordi più perché lo hai aperto, qualche sospetto ti viene.

Poi cominci a dimenticare dove hai messo le chiavi.

Poi entri in una stanza e non sai più cosa dovevi fare.

“Ecco… volevo fare… dunque…”

Silenzio. Il pensiero è partito. Non è mai arrivato, e tu rimani lì, con la faccia di chi aspetta un taxi che evidentemente ha deciso di non passare.

A quel punto pensi: “Va bene. È l’età.”

Poi, però, cominci a guardarti intorno, e scopri una cosa inquietante.

Non sono solo io. E penso…certo che la distrazione universale e’ diventata un grande mistero!

Entro in un negozio. Chiedo una cosa. Il commesso, giovane, gentile, disponibile, mi guarda.

“Certo, signora, un attimo che controllo.”

Prende il computer. Cerca. Si ferma. Guarda lo schermo. Poi guarda me. Poi di nuovo lo schermo.

“Dunque…”

E lì lo vedo, con quel piccolo punto interrogativo che compare negli occhi. Come se improvvisamente avesse perso il collegamento con la centrale operativa.

Io aspetto. Lui aspetta. Il computer aspetta. A questo punto manca solo che qualcuno ci porti un caffè.

Poi finalmente dice:  “Mi scusi, cosa mi aveva chiesto?”   

E io pensó, ah, allora non sono io.

Qualche giorno dopo mi capita con una ragazza che mi sta aiutando per una pratica.

È giovane, competente, gentilissima. Inizia a spiegarmi qualcosa.

“Per fare questa cosa deve prima…” Si interrompe. Pausa. “Un attimo…”

Controlla il teléfono, poi il computer. Poi un foglio, poi mi guarda.

“Dicevamo?”

E io ormai sono entrata nella modalità investigatore. “Non lo so. Mi stava spiegando una cosa.”

“Ah sì!” Riparte. Dopo trenta secondi:

“Comunque…”Pausa. “Cosa stavo dicendo?”

A quel punto comincio a chiedermi se non sia in corso un esperimento sociale.

Forse sono dentro una candid camera. Forse tra poco esce qualcuno da dietro una pianta e dice: “Complimenti! Ha superato il test sulla pazienza!”

Ma non succede. Succede semplicemente che siamo tutti così.

Anche la segretaria, quella efficientissima. Quella che gestisce contemporaneamente telefonate, appuntamenti, mail, persone e probabilmente anche il meteo.

Le parli. Ti ascolta. Risponde. Poi squilla il telefono. Risponde al telefono.

Arriva una mail. Risponde alla mail. Qualcuno le fa una domanda. Risponde alla domanda.

Torna da te. Ti guarda. E dice: “Scusi, a che punto eravamo?”

E lì capisci che il problema non è la memoria.

È che nella sua testa ci sono dodici persone che parlano contemporaneamente.

Questo dovrebbe essere il cervello moderno? Aiuto!

Forse è questo il punto. Abbiamo trasformato la nostra testa in un ufficio open space.

Tutto è aperto. Tutto è accessibile. Tutto è urgente. Tutto fa rumore. Il telefono suona.

Arriva una notifica, un messaggio, una mail, una telefonata, una noticia, un promemoria, una cosa che dobbiamo ricordare.

Un’altra che ci siamo appena ricordati di aver dimenticato e mentre facciamo una cosa, ne pensiamo già un’altra.

Mentre parliamo con qualcuno, pensiamo a quello che dobbiamo fare dopo. Mentre lavoriamo, controlliamo il teléfono, mangiamo, guardiamo qualcosa.

Mentre guardiamo qualcosa, rispondiamo a qualcuno. Mentre rispondiamo a qualcuno, pensiamo che dovremmo essere più presenti.

Siamo riusciti a distrarci persino dalla nostra distrazione.

Ci hanno raccontato che siamo diventati bravissimi a fare più cose contemporaneamente. Io comincio ad avere qualche dubbio.

Non e’ che facciamo più cose contemporáneamente e che passiamo velocemente da una cosa all’altra, lasciando piccoli pezzi di attenzione dappertutto.

Come Pollicino, ma invece delle briciole lasciamo neuroni.

E alla fine della giornata siamo stanchi. Molto stanchi. Ma non sempre sappiamo bene di cosa. Abbiamo lavorato tanto, risposto tanto, pensato tanto. Corso tanto.

Eppure abbiamo la curiosa sensazione di non aver fatto veramente niente.

Perché magari abbiamo fatto cento cose, ma non ne abbiamo vissuta davvero nessuna.

E allora ho cominciato a osservare una cosa Non siamo necessariamente diventati più stupidi, meno professionali, o diventati incapaci di concentrarci.

Forse siamo diventati sovraccarichi. Siamo bombardati continuamente da informazioni e stimoli e la nostra attenzione viene richiesta in continuazione.

E la cosa interessante è che l’attenzione è una risorsa limitata, non possiamo essere contemporaneamente qui e altrove.

Il corpo può, la testa no. Il corpo può essere seduto davanti a me, ma la mente può essere:

in una conversazione di ieri, in una preoccupazione di domani, in una mail non ancora scritta, in un messaggio che aspettiamo, in una discussione che immaginiamo, nel prossimo appuntamento, nel prossimo problema.

E quindi succede una cosa stranissima.

Siamo fisicamente presenti e mentalmente assenti.

Quindi siamo nel mondo degli assenti

Ecco perché qualche tempo fa mi è venuta questa definizione: viviamo in un mondo di assenti.

Non perché le persone non ci siano. Ci sono. Eccome. Sono davanti a noi. Ci parlano. Ci lavorano. Ci amano. Ci ascoltano…o almeno ci provano.

Ma spesso sono altrove. E forse, qualche volta, lo siamo anche noi.

Quante volte qualcuno ci racconta qualcosa e noi facciamo:

“Certo, certo…” mentre nella nostra testa stiamo già pensando:

“Devo ricordarmi di comprare l’acqua.”

E magari quella persona ci sta raccontando qualcosa di importante.

E noi siamo lì. Fisicamente, ma non veramente.

Però attenzione, non diamo tutta la colpa al telefono

Perché sarebbe troppo semplice. È colpa del telefono. È colpa dei social.

È colpa di Internet. È colpa dei giovani. È colpa del mondo moderno.È colpa di tutto.

Possiamo anche dare la colpa al tostapane, così completiamo la lista.

La tecnologia sicuramente non aiuta. È progettata per attirare la nostra attenzione.

Ma il problema è anche culturale. Viviamo nella religione della velocità.

Rispondi subito. Fai subito. Decidi subito. Produci. Organizza. Ottimizza.

Non perdere tempo, informazioni,  opportunità, messaggi. Non perdere nulla.

E così abbiamo sviluppato una nuova forma di ansia e cioe'  la paura di non essere aggiornati.

E mentre cerchiamo di non perderci niente…rischiamo di perderci proprio quello che abbiamo davanti.

Una conversazione, un tramonto, un pranzo, una persona, un momento, una sensazione, un pensiero.

La nostra stessa vita.

Perché la vita non arriva con una notifica, non lampeggia, non vibra.

Non scrive: “ATTENZIONE! Questo momento è importante.”

Passa, e basta.

La buona notizia è che la presenza si può allenare. Non dobbiamo diventare monaci tibetani. Anche perché personalmente non mi vedo molto bene. Possiamo cominciare da cose ridicolmente semplici.

Per esempio:

Il caffè

La prossima volta che bevi un caffè, prova a bere un caffè.

Non a bere il caffè mentre controlli il telefono, pensi alla giornata, rispondi a un messaggio e organizzi mentalmente la riunione delle undici.

Bevi il caffè. Senti il profumo, il calore, il sapore.

Per tre minuti. Tre. Non trenta,  mica dobbiamo illuminarci.

Dobbiamo solo esserci.

La conversazione!!!

Quando qualcuno ti parla, prova a fare una cosa rivoluzionaria - ascoltalo.

Non preparare la risposta, non interrompere, non controllare il teléfono, non pensare a cosa devi fare dopo.

Ascolta.

E guarda cosa succede. Perché essere ascoltati veramente è diventato talmente raro che, quando accade, quasi ci commuoviamo.

Poi, certo, esiste anche l’altra categoria: quelli che non parlano con te, parlano davanti a te. 😄

Partono con: “Ti devo raccontare una cosa veloce…”

E tu, ingenuo, pensi: Bene, due minuti.

Dopo venti minuti sei ancora lì, mentre la persona ha attraversato l’infanzia, il lavoro, tre relazioni, la politica internazionale e, forse, sta per arrivare al punto.

Il problema è che non c’è una pausa. Non una virgola.

Non un piccolo spiraglio in cui infilare un “anch’io…” o anche solo un “capisco”.

È un comizio senza intervallo, e tu sei lì con il microfono spento. 😂

Ma anche in questi casi possiamo provare ad ascoltare.

Senza guardarli con l’espressione di chi sta cercando disperatamente un’uscita di sicurezza.

Possiamo ascoltare davvero, ma anche imparare a creare spazio nella conversazione.

Con gentilezza, ogni tanto si può dire:

“Fermati un secondo, questa cosa che hai detto mi interessa. Fammi capire…”

Oppure, sorridendo:

“Aspetta, fammi entrare anche a me in questa conversazione!” 😄

Perché ascoltare non significa stare zitti per sempre.

Una buona conversazione non è una gara a chi parla di più.

È un po’ come giocare a ping-pong: io parlo, tu ascolti, poi tu parli, io ascolto.

Se uno tiene la pallina per venti minuti, non è più una conversazione.

È un monologo con un testimone.

Quindi sì, ascoltiamo.

Ascoltiamo con attenzione, con pazienza, senza preparare mentalmente la nostra risposta.

Ma ricordiamoci anche che ascoltare qualcuno significa, prima o poi, avere uno spazio per parlare.

Perché la cosa più bella non è semplicemente avere qualcuno che ci ascolta.

È sentire che, in quella conversazione, ci siamo entrambi.

 E poi c'è un esercizio ancora più importante. Ritornare a noi.

Accorgersi.

Perché la mente scapperà. È inevitabile. Stai parlando con qualcuno e penserai ad altro.

Stai lavorando e ti distrarrai. Stai leggendo e dopo due pagine scoprirai di non sapere cosa hai letto. Non importa. Non devi arrabbiarti.

Devi semplicemente fare una cosa, tornare.

“Torno qui.”

“Torno a quello che sto facendo.”

“Torno a questa persona.”

“Torno a questo momento.”

È tutto.

La presenza non è non distrarsi mai. È accorgersi di essersi distratti e tornare.

Ed è qui che, per me, entra il coaching. Perché il coaching, prima ancora di parlare di obiettivi, risultati, cambiamenti e nuove direzioni, può aiutare a fare una cosa molto più semplice:

fermarsi e vedere.

Vedere dove siamo, cosa stiamo facendo, come stiamo vivendo.

Vedere cosa ci sta portando via attenzione e quali automatismi ci governano.

Perché non possiamo cambiare ciò che non vediamo, quindi non abbiamo bisogno immediatamente di una soluzione.

Abbiamo bisogno di consapevolezza.

Di quello spazio di qualche secondo in cui smettiamo di reagire automaticamente e ci chiediamo:

“Ma io, in questo momento, dove sono?” È una domanda semplice.

Ma può cambiare moltissimo.

Oggi esserci e’ il vero lusso.

In un mondo che compete continuamente per la nostra attenzione, essere presenti è l’obiettivo.

Guardare una persona negli occhi. Ascoltare davvero. Mangiare senza uno schermo davanti. Camminare senza dover riempire ogni silenzio. Fare una cosa alla volta.

Respirare. Accorgersi. Sentire. E soprattutto smettere, almeno per qualche momento, di vivere sempre cinque minuti avanti.

Perché magari siamo talmente impegnati a preparare quello che succederà dopo…

che ci stiamo perdendo quello che sta succedendo adesso.

E allora, la prossima volta che entrate in una stanza e non ricordate perché ci siete entrati, non preoccupatevi immediatamente dell’età.

Fermatevi. Respirate. Guardatevi intorno.

E provate a chiedervi:

“Dove ero, mentre ero qui?”

Non è solo una domanda sulla memoria, è una domanda sulla vita.

Perché alla fine il problema non è soltanto dimenticare cosa stavamo dicendo.

Il problema sarebbe dimenticare di esserci mentre lo diciamo.

In questo grande mondo di persone presenti solo a metà, la vera rivoluzione potrebbe essere molto semplice: esserci. Davvero.

Anche solo per cinque minuti.

Ma esserci.

D.S.💓

 

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