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mercoledì 22 aprile 2026

Cosa è per me lo yoga sciamanico La mia esperienza diretta di un processo alchemico che trasforma prima la vita e poi la comprensione


 Yoga sciamanico e alchimia di sé

Non ho mai davvero iniziato questo percorso pensando di “diventare un’alchimista”.

Anzi, se devo essere sincera, non credevo nemmeno che una cosa del genere potesse avere a che fare con la vita reale.

L’alchimia, per me, era una parola antica, quasi poetica, un po’ lontana dalla concretezza delle giornate, dei pensieri, delle difficoltà quotidiane.

Poi è successo qualcosa di strano. Non ho “capito” l’alchimia. L’ho vissuta.

E solo dopo… ho capito che era questo che stava accadendo. Lo yoga sciamanico, così come l’ho incontrato e praticato, non funziona come le cose a cui siamo abituati. Non parti da un’idea per poi applicarla. Non studi prima e poi fai esperienza. Succede il contrario. Prima fai. Poi cambi. Poi capisci.

È come se il corpo e la pratica sapessero qualcosa che la mente ancora non sa. E lentamente, senza rumore, inizi a trasformarti.

Dentro ognuno di noi esistono storie invisibili. Non sono pensieri chiari. Non sono decisioni. Sono qualcosa di più sottile. Modi di reagire. Emozioni che si ripetono. Schemi che sembrano più forti della volontà. A volte siamo sempre “quello che deve dimostrare qualcosa”. A volte siamo “quello che si sente sempre in difetto”. A volte siamo “quello che cerca senza mai trovare”. Non lo scegliamo davvero. Lo viviamo. E questo è il punto.

Attraverso il movimento, il respiro, l’immaginazione e il rito, qualcosa inizia a cambiare.

Non perché qualcuno ti spiega cosa fare. Ma perché lo senti. È come se iniziassi a vedere, per la prima volta, il personaggio che hai interpretato per anni. E invece di combatterlo… lo riconosci.

E nel riconoscerlo, qualcosa si allenta. Non succede nella testa. Succede altrove. Nel corpo.
Nelle emozioni. Nello spazio interno dove le parole arrivano dopo.

È lì che l’alchimia accade. E accade in modo semplice, quasi silenzioso:

  • una paura perde forza
  • un’emozione si scioglie
  • una reazione automatica si interrompe

E tu ti accorgi che puoi respirare diversamente.

Solo dopo un po’ di tempo, guardandoti indietro, ti rendi conto di qualcosa di sorprendente. Non sei più la stessa persona. E non perché hai “imparato qualcosa”. Ma perché qualcosa in te si è spostato.

Ed è lì che ho avuto una delle comprensioni più strane e più semplici allo stesso tempo,

non ho studiato l’alchimia per diventarlo, ho praticato… e mi sono accorta di esserlo già diventata.

È come un movimento al contrario. Di solito, studi, capisci, applichi. Qui invece, fai, cambi, comprendi. E forse è proprio per questo che funziona, perché non resta nella mente ma scende nella vita.

Nel tempo inizi a riconoscere qualcosa di molto profondo, i modelli interiori non sono fissi, sono energie vive. E quando le attraversi con consapevolezza, invece di subirle… si trasformano. Quello che era paura diventa presenza, quello che era tensione diventa forza, quello che era confusione diventa spazio. Non perché “ci credi”, ma perché lo hai attraversato.

Se dovessi dire cosa rende tutto questo reale, direi una cosa semplice, la pratica viene prima della comprensione e non il contrario. La teoria può accompagnare, certo, ma non sostituisce l’esperienza.

 

E per questo che ti propongo questa esperienza, non per spiegare ma  per far vivere. Per mostrare cosa succede quando una persona entra, anche solo per un momento, in questo tipo di esperienza.

Perché ci sono trasformazioni che non si possono raccontare bene, si possono solo attraversare. E quando accadono, sono immediate. A volte sottili, a volte evidenti ma sempre reali.

E ciò che più mi colpisce è questo, non diventiamo qualcuno di diverso, diventiamo più noi stessi.

Forse l’alchimia non è diventare qualcosa di nuovo, forse è ricordare qualcosa che era già lì sotto i pensieri, sotto le paure, sotto le storie che ci raccontiamo. E lo yoga sciamanico, almeno per come lo vivo io, è questo, un modo per attraversare il velo…e tornare a sentire.

D.S. 


sabato 18 aprile 2026

Non stiamo evolvendo, stiamo solo cambiando linguaggio.

 


C’è qualcosa che non torna. Parliamo di consapevolezza, di presenza, di evoluzione.  Usiamo parole alte, concetti raffinati, sembriamo sempre più “consci”. Eppure basta un contrasto, una critica, una semplice divergenza…e torniamo esattamente dove siamo sempre stati.

Difendiamo. Reagiamo. Ci irrigidiamo. Allora vale la pena chiederselo davverostiamo evolvendo… o stiamo solo imparando a descriverci meglio?

Quella che chiamiamo spiritualità, spesso, è solo una forma più elegante di attaccamento.

Non è libertà. È una nuova immagine da proteggere. Ci diciamo aperti, ma non sappiamo lasciare andare un’opinione. Ci diciamo consapevoli, ma non reggiamo il disaccordo. Ci diciamo evoluti, ma appena qualcosa ci tocca… reagiamo come sempre.

Non stiamo mentendo agli altri. Stiamo evitando di vedere noi stessi.

Parliamo di fiducia, di flusso, di lasciare andare. Ma quando la vita ci chiede davvero di mollare il controllo, qualcosa dentro si contrae. Perché la resa , quella vera, non è poetica. Non è sentirsi in pace.
Non è “va tutto bene”. È perdere appigli, e' non avere più una posizione da difendere, e'  non sapere più chi si è, senza correre a ridefinirsi. Ed è qui che ci fermiamo.

Chiamiamo crescita quello che in realtà è solo movimento controllato. Ma quando si apre uno spazio vuoto , quando le cose perdono senso, quando le certezze si allentano , lo viviamo come un errore.

Cerchiamo subito qualcosa che riempia, un’idea, una pratica, una spiegazione, una nuova identità.Qualsiasi cosa, purché non restare lì. Eppure è proprio lì che qualcosa di vero potrebbe emergere

Non è nei momenti di calma che si vede la trasformazione. È nel conflitto. Quando qualcuno ti contraddice, quando non vieni capito, quando qualcosa ti tocca nel profondo, lì si vede se c’è spazio… o solo difesa. Se c’è apertura… o solo una struttura più sofisticata.

Non si tratta di smascherare gli altri ma si tratta di smettere di raccontarsela. Perché questa incoerenza non è di pochi. È diffusa, silenziosa e quasi invisibile. E forse anche inevitabile, finché non la si guarda davvero.

Lasciarsi andare davvero, non a un’idea di divino, ma all’assenza di controllo è qualcosa che destabilizza. Perché significa non avere più un ruolo da sostenere, non avere più una versione di sé da proteggere. 

 

È un incontro con il vuoto che, paradossalmente, è anche pienezza. 

Ma prima di scoprirlo, spaventa. Forse il punto non è diventare migliori, più evoluti, più spirituali. Forse il punto è molto più semplice e molto più difficile, e' vedere dove stiamo ancora resistendo. Senza giustificarlo, coprirlo con parole belle o trasformarlo in teoria. Solo vederlo. E, quando possibile, smettere , anche poco , di opporre resistenza.

Possiamo continuare a parlarne, a capirlo, a raffinarlo. Oppure possiamo iniziare davvero, partendo da qualcosa di semplice, ma non facile. Iniziare a osservare dove stiamo trattenendo ciò che è già finito.
Dove continuiamo a restare per paura, non per verità. Dove difendiamo situazioni che non ci nutrono più, relazioni, lavori, ruoli solo perché lasciarle significherebbe perdere un pezzo della nostra identità.

Non serve rivoluzionare tutto in un giorno ma serve onestà. Onestà nel vedere cosa non funziona più.
Onestà nel riconoscere dove stiamo resistendo. Onestà nel non mascherare quella resistenza con parole più nobili. La resa non è un gesto estremo. È una pratica quotidiana. È smettere, poco alla volta, di sostenere ciò che sappiamo già essere falso per noi. È lasciare spazio, anche minimo, a ciò che non controlliamo.

E sì, fa paura. Perché lasciare andare non è mai solo perdere qualcosa fuori. È lasciare andare chi pensavamo di essere. Ma forse è proprio da lì che può iniziare qualcosa di vero.

E forse, da questo lavoro silenzioso e concreto dentro di noi, qualcosa inizierebbe a cambiare anche fuori e non come ideale, ma come conseguenza. Perché quando smettiamo di resistere dentro, smettiamo anche di alimentare conflitti fuori. Quando lasciamo cadere le nostre rigidità, qualcosa si ammorbidisce anche nel mondo che abitiamo. 

E in mezzo a questa continua esposizione,  notizie, opinioni, reazioni possiamo iniziare a fare qualcosa di radicale, non farci catturare.

Non tutto ciò che accade fuori ha bisogno di diventare una battaglia dentro di noi. Non ogni informazione merita una reazione, una presa di posizione, un’identificazione. 

C’è una forma sottile di violenza anche in questo sovraccarico continuo. Una guerra fatta di stimoli, di urgenze, di interpretazioni che ci tirano da ogni parte. E forse “salvarsi” oggi non significa capire tutto, né schierarsi sempre. Ma restare lucidi abbastanza da non perdere se stessi dentro il rumore.

Perché anche questo è resa, non lasciarsi trascinare da ogni onda, non reagire automaticamente, non trasformare ogni cosa in un conflitto personale.

E da lì, forse, ciò che si riflette fuori può davvero cambiare forma e diventare meno distruttivo, meno reattivo, più umano.

Perché, in fondo, ciò che accade fuori non è mai separato da ciò che accade dentro.

D. S. 

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