Aimè capisco le critiche a Deepak Chopra come tutti i personaggi pubblici può piacere o non piacere, quello che emerge al momento e' grave ed ognuno è libero di giudicarlo. Ma secondo me si rischia di fare confusione tra il messaggero e il messaggio.
Ripeto le cosiddette “7 leggi del successo” non parlano semplicemente di successo materiale come molti dicono in questi giorni, come un disco rotto. Anzi, se ... LETTE BENE rimandano a principi molto più profondi, che richiamano la tradizione dell’" ADVAITA VEDANTA", dove il vero benessere nasce dalla consapevolezza, dall’equilibrio interiore e dall’allineamento con le leggi della natura.
Sul testo e' comunicato chiramente che il successo esteriore, da solo, non porta felicità né gioia autentica, ne tanto meno sicurezza.
Riguardo alla critica sulla “non congruenza” del maestro, è un tema legittimo. Ma dobbiamo chiederci se la validità di un insegnamento dipenda solo dalla perfezione di chi lo trasmette. Se fosse così, dovremmo scartare gran parte della filosofia, e della spiritualità perché nessun essere umano è completamente coerente in ogni momento della sua vita.
Un insegnamento può essere valido anche se chi lo trasmette è imperfetto. Sta a chi ascolta sviluppare discernimento. Se una persona legge con cuore sincero, può comunque cogliere ciò che è vero e utile per il proprio percorso.
C’è un principio antico che lo riassume bene:
"Segui l’insegnamento, non l’insegnante."
Un concetto che ritroviamo anche nella tradizione buddhista, ad esempio nel Kalama Sutta, dove si invita a verificare la verità dentro di sé invece di accettarla solo per autorità.
Poi, se si vuole dire che ha utilizzato o “strumentalizzato” insegnamenti antichi per farne anche un business, è una riflessione legittima. Ma questa è un’altra storia.
Possiamo discuterne, certo. Ma non dimentichiamo che viviamo in un mondo in cui quasi tutto diventa anche scambio, lavoro, attività. E allora la domanda forse è un’altra: cosa stiamo portando attraverso quel lavoro?
Perché, nel concreto, è comunque diverso costruire qualcosa che spinge le persone verso maggiore consapevolezza, benessere e introspezione, rispetto a tante altre attività che alimentano solo distrazione, dipendenza o superficialità.
Questo non significa giustificare tutto, ma neanche ridurre tutto a un giudizio. Significa saper distinguere.
Non tutti partiamo dallo stesso punto, e non tutti siamo pronti agli stessi insegnamenti.
C’è anche un detto molto diffuso:
Quando l’allievo è pronto, il maestro appare.
Questo significa che ogni insegnamento può avere un senso in un certo momento della vita, anche se poi si evolve e si va oltre.
E poi bisogna essere realistici, viviamo in Occidente, non tutti possono o vogliono ritirarsi in un eremo. Ognuno cresce a partire dalle condizioni in cui si trova. Se un insegnamento aiuta qualcuno a fare anche solo un passo verso maggiore consapevolezza, forse ha comunque un valore.
Sappiamo anche, a livello più profondo, che molto di ciò che viviamo è filtrato dalla mente. Per la nostra essenza, certe distinzioni tra “bello” e “atroce” non sono assolute come sembrano.
Eppure, a livello mentale ed emotivo, alcune cose possono apparire terribili. Qui nasce una possibile incongruenza, reagiamo con l’emotività e rischiamo, proprio per questo, di perdere anche ciò che di buono può esserci.
Io personalmente questo lo vedo così, quello che emerge a livello mentale può anche essere disturbante o difficile da accettare.
Ma se riusciamo a restare centrati, possiamo comunque cogliere il meglio da ogni situazione, senza negare il discernimento. Non si tratta di giustificare tutto, ma di non chiudersi per reazione.
Per esempio, quando ho studiato con un antropologo andino, in Perù, durante un’iniziazione con i maestri Q’ero, lui spiegava con una lentezza incredibile e a volte sembrava completamente distaccato. Quando finiva, andavo a fargli delle domande, ma le risposte per me, all’epoca, erano spesso confuse. Andavo a dormire più confusa che convinta… ma non lo giudicavo e poi succedeva qualcosa, la mattina dopo avevo tutto chiaro, come se dentro di me si fosse integrato.
Questo mi ha fatto capire una cosa, è vero che la presenza di un maestro congruente può fare molto, ma anche quando leggiamo o studiamo qualcosa con cuore sincero, quell’insegnamento può comunque fare breccia dentro di noi e trasformarci, magari in modo non immediato ma profondo.
Non si tratta di difendere un "guru" a tutti i costi, né di ignorarne i limiti. Si tratta di non perdere di vista ciò che può esserci di vero.
Alla fine, la domanda più importante resta: "Questo insegnamento mi porta più chiarezza, più presenza, più libertà interiore?
Se la risposta è sì, allora qualcosa di valido c’è, indipendentemente da chi lo ha trasmesso.
Alla fine è semplice
non siamo vittime dei maestri, e di nessuno, siamo responsabili di ciò che scegliamo di vedere e trattenere.
Possiamo chiuderci nel giudizio… oppure usare tutto come occasione di crescita.
La differenza la facciamo noi.
E si dice spesso che chi non è ancora in grado di discernere sia “in pericolo”. Io non la vedo così in modo assoluto. Ognuno è in un punto diverso del proprio percorso, e anche gli errori, le confusioni o gli insegnamenti non perfetti possono diventare parte della crescita.
Il discernimento non è qualcosa che si ha o non si ha, si sviluppa, proprio attraverso l’esperienza.
E spesso è proprio passando anche da ciò che non è chiaro che si impara a vedere con più profondità.
Per questo credo che più che paura, serva presenza.
Perché alla fine, anche nei passaggi meno lineari, possiamo comunque maturare consapevolezza.
D.S
D.Chopra#spiritualità #consapevolezza #crescitaPersonale #discernimento #risvegliospirituale

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