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giovedì 10 gennaio 2013

<< IL SILENZIO >>




Si ritiene comunemente che il silenzio, per essere tale, coincida con uno stato di esenzione da qualsiasi parola o rumore, ma questo non è vero. 

Infatti, al contrario di quel che si pensa, anche il silenzio può essere assordante: non per nulla nel modo di dire napoletano ci si rivolge talvolta a chi ascolta, avvertendolo di non parlare. Tanto il suo pensiero si sente lo stesso.
Mentre nella tradizione pugliese si dice che “una parola è poca e due sono troppe”, nella tradizione italiana si dice che “la parola è d’argento, e il silenzio è d’oro”.

Ma cos’è veramente il silenzio?
Viene dunque in rilievo il valore del silenzio, ovvero la domanda che cosa c’è dietro il mero silenzio?
Nella tradizione cattolica, il valore del silenzio viene fatto più o meno erroneamente generalmente coincidere, o con il principio del “Porgi l’altra guancia!”, o con la regola benedettina dell’ “Ora et Labora”. Ma i predetti concetti sono indistinti, non equiparabili, e affatto coincidenti, dato che il principio del “Porgi l’altra guancia!” attiene ad un sistema di vita, mentre la regola benedettina dell’ “Ora et Labora” riguarda il momento del rapporto con il metafisico ed il trascendente. 


Prova ne è che nella tradizione cattolica infatti, non viene ad esempio spiegato se la mancata risposta ad un torto debba essere silenziosa o meno; ovvero se il fatto di orare, e cioè di pregare, debba essere un fatto intimistico privato e silenzioso o meno.

Molto meglio ed in generale, invece, ancorarsi a dati certi, per cui può dirsi, secondo tutte le grandi religioni monoteistiche del mondo, che la preghiera del singolo è certamente un fatto intimistico privato e silenzioso, mentre la preghiera di gruppo, intesa come lode al Trascendente, è in generale non silenziosa.

In realtà, per quel che qui interessa, il valore del silenzio attiene ad un'intima ricerca che ciascuno compie con la parte più profonda del proprio io, raccogliendo tutte le sue forze al fine di trovare quello stato di concentrazione che lo pone in una dimensione quanto più diretta  possibile con il proprio sé ed eventualmente con il Trascendente. E dunque in una veste, che rende il silenzioso unico ed inattaccabile.

La dimostrazione deriva dal fatto che, se per un verso la preghiera viene intesa come una dinamica singola e collettiva nella quale ciascuno interpreta la sua parte nel rapporto con sé stesso e/o con l’aldilà, in realtà la preghiera più vera è quella in cui ognuno esprime il proprio essere e la propria spiritualità in un ambito del tutto personale e silenzioso. Si pensi, ad esempio, a tutto quello che sta nel silenzio della meditazione, o nel silenzio della pace. Dove il silenzio non costituisce più carenza, ma momento di costruzione all’interno di una diversa forma di spiritualità, anche alla ricerca di una maggiore consapevolezza di sé stessi. 
                                                                                          . 
Attenzione, però. Sostenere che il silenzio è una forma di spiritualità non deve portare a confondere silenzio e meditazione, dato che i due predetti termini sono ben distinti, e dato che la meditazione può costituire parte del silenzio, ma mai l’intero. Quando si parla di meditazione, si definisce infatti uno stato della coscienza che può essere ottenuto, o mediante l'indirizzamento volontario della nostra attenzione verso un determinato oggetto (meditazione riflessiva), o mediante la completa assenza di pensieri (meditazione recettiva = contemplazione), che si manifesta con tipologie differenti a seconda che la meditazione sia oggetto di attenzione  e di esame delle religioni e delle filosofie orientali, del cristianesimo, dell’islamismo, etc.. 


Ma, se per un verso è vero che la meditazione compare inizialmente nelle Upaniṣad, le scritture sacre induiste compilate approssimativamente a partire dal VII secolo, dove il primo riferimento esplicito alla meditazione che sia giunto fino a noi viene indicato con il termine sanscrito dhyāna; e se per altro verso ancora è vero che la concezione latina della meditazione (dal latino meditatio, riflessione) consisteva nella generale pratica di concentrazione della mente su uno o più oggetti, immagini, pensieri (o talvolta su nessun oggetto) a scopo religioso, spirituale, filosofico o semplicemente di miglioramento delle proprie condizioni psicofisiche; non può dirsi che anteriormente al VII secolo, ovvero al primo riferimento esplicito alla meditazione, non esistesse il silenzio introspettivo rivolto alla migliore conoscenza di noi stessi. La vicenda del personale vissuto tradimento delle Tavole della Legge da parte di Mosè ne è ampia prova. 

 Cosicché, l’aver ben successivamente sommariamente ricompreso nella meditazione (nel senso latino del termine) un percorso religioso o spirituale, o filosofico con un percorso teso ad un miglioramento delle proprie condizioni psicofisiche, ha fatto sì che venissero erroneamente unificati e confusi i concetti di meditazione e di silenzio.



In realtà, però, è oggi ormai acclarato che esistono molti percorsi personali che non si rinvengono all'interno di una religione o una filosofia, ma di cui il silenzio, ed all’interno di questo la meditazione, è uno strumento indispensabile per approfondire i lati oscuri di noi stessi. E infatti molti si avvalgono di un maestro di passaggio, "padre"/"madre", che permette loro di fare un cammino, un percorso, che attraversa nuove realtà e che si lascia alle spalle vecchi mondi, in un procedere verso una sempre maggiore consapevolezza di se stessi e della realtà, anche in una ottica riduzione della sofferenza. Tant’è che già da oltre 25 secoli la meditazione del Buddha storico o Gautama Buddha (Siddhartha Gautama, 566 a.C.-486a.C.), come di altri saggi o illuminati che successivamente ne seguirono il pensiero, non era ascritta a nessuna religione o filosofia, ma seguiva un cammino personale.
Tralasciandosi in questa sede:   
                                                                      .                                                                            - l’analisi degli studi scientifici che, all’incirca dal 1970,  hanno evidenziato l’efficacia del silenzio assistito, e dunque della meditazione assistita, nella diminuzione di ansia e stress, e nel miglioramento della salute, nell’ambito dei percorsi personali rivolti alla migliore conoscenza di noi stessi, con tutti i componenti comuni a tutti i metodi meditativi (rilassamento, concentrazione, alterato stato di coscienza, sospensione dei processi di pensiero logico e razionale, presenza di una attitudine alla autocoscienza ed alla auto-osservazione, etc.); 

                                                . - i numerosissimi studi della comunità medica sugli effetti fisiologici della meditazione, e su come la meditazione Zen possa modificare le connessioni nervose del cervello; 

                                                                        - il recente (2007) studio scientifico americano che ha dimostrato i rilevanti effetti della meditazione sul miglioramento delle condizioni di vita, con la depressione che si attenua, con le difese immunitarie che si rinforzano, con la meditazione che abbassa i livelli di rabbia, ansia, depressione e fatica, e con la conclusione che nei processi mentali, la consapevolezza e l'attenzione sono aspetti della vita che possono essere esercitati, esattamente come accade per i muscoli; 

                                       . - le ormai scientificamente consolidate conseguenti acquisizioni sull’influenza del silenzio nella meditazione;

ne deriva che il silenzio diventa così una forma di dialogo interiore dove tutti hanno qualcosa da dire, non solo a sé stessi, ma pure al trascendente o al vicino. E detto dialogo perseguono pur senza profferir parola. Si provi ad immaginare quelle coppie serene di persone in cui le due parti della coppia, pur essendo vicine, e nonostante ciascuna impegnata ad attendere ai propri da fari, dialogano continuativamente nel silenzio di un rapporto che è comunque costruttivo. 
Tant’è che rilevava il giornalista ed intellettuale ungherese Sandor Marai (Sandor Kàroly Henrik Grossschmid de Màra, 1900-1989)    < Si può entrare in contatto con le persone anche senza parlare.[...] c'è un modo di entrare in contatto tra esseri umani più percettivo e affidabile della parola, fatto di sguardi, silenzi, gesti e messaggi ancora più sottili; è il modo in cui un essere umano nel suo intimo risponde al richiamo di un altro, quella silenziosa complicità che nel momento del pericolo dà alla muta domanda una risposta più inequivocabile di qualsiasi confessione o argomentazione, e il cui senso è semplicemente questo: io sono dalla tua parte, anch'io la penso così, condivido la tua preoccupazione, noi due siamo d'accordo...) >.


O si pensi ancora a coloro - due o più persone - che, nell’ambito del proprio dialogo, arrivati ad un certo punto si estraniano da questo abbandonandosi ai propri pensieri, per poi ritornare su questa terra come se nulla fosse (rilevava infatti il Mahatma Gandhi) < Il rumore non può imporsi sul rumore. Il silenzio sì. >). E dove l’essersi abbandonati ai propri pensieri non costituisce per nulla soluzione di continuità al dialogo con le persone che avevamo accanto. 
Deriva da quanto sopra che il silenzio non può e non deve intendersi come un momento di frattura con quello che ci circonda, ma deve invece essere interpretato come una specie di castello fortificato all’interno delle cui mura ognuno si ripara, protetto, e ritrova la propria strada e la propria conseguenzialità attraverso la riflessione sugli accadimenti che in qualche maniera lo hanno coinvolto.

Il silenzio, dunque, anche come riflessione, dato che, troppo spesso erroneamente, viene inteso come momento nel quale si può non pensare o nel quale non si ha niente da dire. E questo è tanto vero che taluni assimilano il silenzio come momento fondamentale per poter acquisire uno stato di particolare concentrazione o di stato prodromico al sonno.
Il silenzio, dunque, come momento fondante del nostro essere, nel quale un apporto alla riflessione ci viene dato da una serie di sollecitazioni esterne che appunto ci inducono alla riflessione, e che di questa fanno parte integrante.
La riflessione che diventa quindi, non soltanto un mezzo per attingere a quello che c’è dentro noi stessi, ma anche per comprendere quello che ci circonda e che noi finiamo per metabolizzare come nostro in quanto particolare nel generale.

Il silenzio.
Arma di difesa che ognuno di noi possiede quando, nell’impossibilità di sfogarci con le parole, non ci rimane che il nostro mondo personalissimo, all’interno del quale siamo assolutamente liberi e del tutto intangibili e inattaccabili.


Certo, il silenzio non deve mai costituire un momento nel quale continuare a rimuginare ossessivamente sui torti che abbiamo subito come fosse uno stato di masturbazione mentale dal quale è poi difficile venir fuori perché travolti da un pensiero costante e ripetitivo che finisce con il costituire un muro invalicabile alla nostra crescita. Tantè che il saggista e scrittore bulgaro, Premio Nobel per la letteratura nel 1981, Elias Canetti (1905-1994) rilevava che dall’interno del predetto stato ossessivo < Alcuni raggiungono la loro massima cattiveria nel silenzio. > (si pensi, ad esempio, agli stati di invidia e/o di rancore quando sono sordi, ciechi, e soprattutto silenziosi). Diversamente, invece, il silenzio deve costituire quel passo successivo ove talvolta condividere il contenuto del silenzio con coloro i quali nel silenzio parlano la nostra stessa lingua. 

E così, se non può e non deve essere minimamente dubbio che questo risultato lo si può ottenere soltanto nell’ambito di un processo che alla fine ci convince di una unità di prospettive e di intenti con chi ci circonda, la ricerca di adeguati compagni di viaggio finisce con l’essere legata ad un calcolo probabilistico, e dunque a quel gioco che fa parte degli imprevisti e probabilità della vita.
Dato che nella ovvia impossibilità di trovare qualcuno o qualcosa che sia perfettamente compatibile con noi, qualsivoglia conseguente calcolo deve essere sempre basato su un calcolo probabilistico che ognuno di noi compie sempre in silenzio.


In conclusione, dunque, il silenzio finisce col divenire un valore assoluto sul quale poterci appoggiare sempre, e soprattutto, maggiormente, nei momenti in cui dobbiamo tirar le fila di ogni nostra percezione. Se così noi italiani ci siamo in generale avvicinati al concetto di meditazione soltanto quando agli inizi degli anni 80’ il noto showman Renzo Arbore divenne il testimonial della birra italiana con lo spot “Meditate gente!; meditate!”,  circa un secolo prima, un uomo ancor oggi considerato al pari di un santo, il poeta filosofo e grande pensatore indiano Swami Vivekananda (Narendranath Dutta, 1863-1902), induista e profondo conoscitore delle religioni e del cristianesimo, scriveva <

Siediti ai bordi dell’aurora,
per te si leverà il sole.
Siediti ai bordi della notte,
per te scintilleranno le stelle.
Siediti ai bordi del torrente,
per te canterà l’usignolo.
Siediti ai bordi del silenzio,
Dio ti parlerà.
>.

Per capire te stesso, e forse anche per parlar meglio con Lui ……………….. !

D.S. ♥


lunedì 26 novembre 2012

LE COINCIDENZE. Natura delle coincidenze, e proposta per affrontarle. Valore da attribuire alle coincidenze.



Sempre più testimone di affascinanti coincidenze di cui la nostra vita è costellata, mi sono dunque più volte ritrovata a riflettere su di esse.

Mi rendo perfettamente conto delle difficoltà di approccio che sorgono relativamente al miglior modo per investigare sulle coincidenze,  ma ritengo anche che, oltre ad una ripetuta lettura e metabolizzazione di questo scritto, riflettere su quel che affermavano e scrivevano, già nel 1952, lo psichiatra ed antropologo C. G. Jung (1875-1961) ed il fisico W. Pauli (1900-1958), entrambi svizzeri, ed alla fine strettamente legati da un rapporto amicale e di collaborazione del quale si dice “in un rapporto in cui «Pauli non capiva niente di psicologia e Jung non capiva nulla di fisica»”, è indispensabile.

 E cioè, sulla scia di Jung, che “ le tradizionali nozioni di causalità non erano in grado di spiegare alcune delle forme più improbabili di coincidenza dato che anche dove nessun nesso causale può essere dimostrato tra due eventi, un rapporto significativo pur necessariamente esiste tra di loro. Con la conseguenza che un tipo completamente diverso di principio deve pur essere in funzione dato che “un fenomeno interno, psichico, si collega comunque ad un evento esterno, reale.”.

In verità, in base alla legge dell’attrazione, inevitabilmente, tutto quello che noi pensiamo, immaginiamo, creiamo con la nostra mente, e materializziamo con la nostra fantasia, si avvicina a noi.

La stessa dinamica di avvicinamento si verifica, poi, anche al momento in cui ci soffermiamo ad analizzare le coincidenze. Analisi, che, successivamente, non soltanto estende il numero delle coincidenze che possono capitarci, ma espande la nostra capacità di comprendere essenza e significato delle coincidenze stesse.

Detto questo, va innanzitutto compreso che, in generale, le coincidenze sono quelle tracce che ci propone la volontà dell’universo, il quale universo, attraverso dette tracce, evidenzia a noi quanto possa essere unidirezionale la predetta volontà ed il nostro desiderio. Di modo che, sia che noi andiamo nella medesima direzione che l’orizzonte ci propone, sia che noi percorriamo la direzione guida che la volontà dell’universo ci indica, entrambe le strade ci consentono di approfittare delle più diverse opportunità che la vita di ogni giorno ci offre.

Va poi osservato che la predetta sintonia tra i nostri pensieri e la predetta volontà, al momento in cui da noi percepita e metabolizzata come un fatto oggettivo e consolidato, ci rende sempre maggiormente sensibili a quelle coincidenze che l’universo ci invia. Dobbiamo soltanto essere in grado di raccogliere, accogliere, ed analizzare le coincidenze che si verificano, ancorché l’operazione, inizialmente, potrebbe non essere così scontatamente semplice. Tuttavia, quanto più forte è la coincidenza che ci viene proposta, quanto più intensamente la nostra attenzione sarà attratta dalla coincidenza che l’universo ci pone, ovvero, alla attenzione della nostra anima. 

Anima che, di detta coincidenza dovrà far tesoro dopo averla metabolizzata, e di detta coincidenza dovrà divenirne alla fine, non solo coautrice, ma anche ed in qualche modo artefice primaria. 


Anima che, alla fine del percorso di metabolizzazione farà interamente propria la verificatasi coincidenza. In questo quadro dunque, la forza dell’anima è direttamente proporzionale alla forza della traccia che riceve dall’universo; la quale, a sua volta, è pure direttamente proporzionale all’imprevedibilità della coincidenza stessa. 

Ma attenzione: solo inizialmente la forza della traccia dell’universo può apparire come qualcosa a noi estranea, dato che, in realtà, detta forza, passata al filtro dell’anima, diviene la forza dell’anima stessa, e ne fa un tutt’uno con quello che è meglio per noi. In questo senso così, alla fine, la forza della traccia dell’universo, e l’anima che in questo si inserisce e ne fa parte, diventa uno zenit del quale non potremmo più fare a meno. Ecco perché quando affrontiamo una coincidenza è sempre necessario chiedersi sempre quale messaggio contenga.

Viene dunque qui in rilievo il modo di affrontare le coincidenze, ovvero il modo di cogliere e di analizzare, come in una indagine, le coincidenze che ci capitano, anche ricorrendo ad esempi che possono essere assolutamente indicativi. 

Un ottimo modo per analizzare i comportamenti di ciascuno di noi rispetto alle coincidenze, potrebbe essere quello, sistematico, di far sì che la persona coinvolta diventi osservatore di se stesso, un po’ come ad esempio accade a quel soggetto esterno, che chiameremo terzo, che attorno ad una scacchiera osserva una partita fra due giocatori di scacchi. Partita nella quale l’osservatore è certamente terzo, e la cui terzietà gli consente, dato che non primariamente coinvolto nel gioco, una maggiore serenità nel valutare se le mosse dei due giocatori siano rispettivamente le più appropriate o meno. Una situazione in cui la partita è la coincidenza, e voi siete ad un tempo, un giocatore e l’osservatore, in due diversi ruoli che però non si incontrano mai. Come se vi divideste in due persone distinte. 

E se dopo la fine della partita, e cioè dopo il verificarsi della coincidenza, rifletterete sulla partita alla quale avete assistito, non soltanto avrete la possibilità di ancor meglio valutare gli eventuali errori dei due giocatori, e dunque anche quelli da voi commessi (sia chiaro che per errori devono intendersi le coincidenze non colte); ma soprattutto avrete la possibilità di elaborare una serie di mosse opportune, che durante la partita non eravate riusciti ad individuare, e che dopo la partita, dopo attenta riflessione, avete invece immaginato come da compiersi in quanto possibili e risolutive.
Questo tipo di operazione di indagine, che può essere comunque ed in ogni caso utilizzata in ogni altro aspetto della vita, vi porterà alla fine, ancorché magari non ve ne rendiate immediatamente conto, pure a giocare a scacchi anche durante il vostro sonno. Vero è poi che di detta indagine, in quanto compiuta durante il vostro sonno, dopo che risvegliativi, ed a livello conscio, potreste non rilevarne traccia, ma vero è pure che, quanto recepito a livello inconscio, in quanto più o meno velocemente riversatosi a livello conscio, e dunque le mosse che voi compirete, saranno successivamente guidate da una ormai raggiunta consapevolezza. Consapevolezza che alla fine vi porterà ad essere coscienti del vostro Sé superiore. 

Al tirar delle somme, dunque, come pure attentamente si rileva, il pensiero consapevole finisce con l’essere una forza energetica che coinvolge il vostro piano conscio e inconscio, che vi guida, e che influenza ogni piano della vostra vita, stato e materia fisica comprese; tant’è che “ogni istante è importante perché contiene innumerevoli scelte probabili”. Ne deriva che dovrete assumervi la totale responsabilità, alla fine consapevole, di ogni atto. Ovvero, come diceva Gandhi, “Sii il cambiamento che
 vuoi vedere avvenire nel mondo!".


Dalla capacità di consapevole decisione dipende poi un vortice di energia, dove le realtà potenziali, ovvero quelle che noi creiamo, attendono in fila come tanti ordinati soldatini di essere scelte. In una situazione in cui ogni vostra potenziale decisione attende di movimentare un’energia personale di supporto e di rinforzo della vostra versione del mondo.

Con la conclusione che al momento di maggior consapevolezza, non soltanto detta consapevolezza, intesa come attenzione e scelta di quel che noi vogliamo e riteniamo il meglio per noi stessi, va intesa come segnale del risveglio della nostra mente, ma va metabolizzata anche nel senso che detta consapevolezza coincide con il risveglio di una coscienza percettiva del più alto fine che la vita/universo ci propone, anche attraverso le coincidenze.

In ultimo, un ulteriore sottolineatura della ineludibile necessità del processo di consapevolezza.

Rilevato che chi commette un errore, anche se ha identificato l’errore nel quale è incorso, è naturalmente portato a ricommetterlo, - salvo che non vi ponga freno -, va pure aggiunto che assai spesso si sente affermare “riesco molto bene a capire le dinamiche degli altri, e a dare di conseguenza i suggerimenti migliori, ma non sono altrettanto bravo a comprendere dette dinamiche quando riguardano e/o coinvolgono me”. 


Bene! Ed allora, è necessario porre un freno al fine di non ricommettere gli stessi errori del passato. Così, quando si vogliono abbandonare abitudini negative, o quando si vogliono recidere dinamiche attitudinali di reiterazione di comportamenti negativi precedenti, dato che le due predette dinamiche sono assolutamente sovrapponibili, è proprio tutto quel che prima si è spiegato che da il senso a tutta l’operazione di analisi che ci siamo prefissi. 

Quale in conclusione il valore da attribuirsi alle coincidenze? Cinque sembrano le alternative che la forza dell’anima di ciascuno, con la raggiunta consapevolezza, dovrà riuscire ad individuare:

1)   o lo stimolo a perseguire una nuova strada, suggerita dalle coincidenze;
2)   o il completamento di una iniziativa o di un percorso già intrapreso sotto l’impulso dell’anima;
3)   o il perseguimento di una esperienza di cui, eventualmente, si era soltanto accarezzata l’eventualità ed alla quale si era invece predestinati;
4)   o la concreta possibilità del raggiungimento di un desiderio alla luce delle leggi sull’attrazione;
5)   o la necessità di un ulteriore momento di riflessione che ci si impone sul nostro percorso onde evitare, o di perdere la nostra meta, o disperdere il tempo per raggiungerla.

La consapevolezza, dunque, come bussola per guardare nella più profonda essenza del nostro essere, e così scoprire quel che la nostra anima ha veramente voluto e/o vuole veramente, per noi. Anche attraverso una necessaria consapevole indagine delle coincidenze, che diviene dunque tutt’altro che secondaria o trascurabile.  
D.S. ♥




martedì 13 novembre 2012

"EL PUENTE COLORADO DELLA TRASFORMAZIONE" Le forze umane per il risveglio, in azione 9 giorni. L'evento.

Il periodo che va dal 12 Dicembre 2012 al 21 Dicembre, non si configura affatto come il periodo che coincide con la fine del mondo, così come alcuni affermano.

Diversamente, invece, coincide con quella trasformazione umana che, attraverso un periodo già iniziato nel 1987, e che sino ad oggi è stato caratterizzato dall'apertura di diversi portali, avrà il suo culmine con l'apertura di un ultimo grande portale visualizzabile con l'immagine di un ponte colorato in nove campate, e cioè dell'ampiezza di 9 giorni (appunto dal 12 al 21), detto "Rainbow Bridge".
Dove ogni singola persona nel mondo, tanto che faccia parte di piccoli gruppi, quanto che sia unità in grandi gruppi, potrà essere protagonista e creare una sinergia mondiale attraverso preghiere, meditazioni, esercizi etc.. 
 

Premesso dunque che "un' antica e radicata", meglio: consolidata, "paura del corpo e della sua saggezza" si è frammista a quelle scorie tossiche derivanti da irrisolti processi emozionali, necessita così nel genere umano quel risveglio che, alla fine, consentirà di arrivare ad avere ed ottenere un equilibrio tra la materia e lo spirito; e poter così ricevere una nuova consapevolezza.

Saranno 9 giorni di massima intensità, nei quali si avrà, sia l'opportunità di poter ricevere informazioni di grande impatto trasformativo, con la riconnessione di ciascuno alla fonte di potere che deriva dal Centro Galattico, ovvero che deriva dall'utero della Madre Terra e dai suoi influssi; sia ancora, attraverso l'accettazione di quella responsabilità di risvegliarci dal sonno che ha bloccato l'afflusso della consapevolezza spirituale nel genoma umano, l'acquisizione del fatto che ognuno è inevitabilmente creatore della propria realtà.


In verità, da buoni homo sapiens che eravamo, il rapporto con la spiritualità nella nostra antica cultura era certamente più avanzata di oggi. Cosicchè, se non smarriamo il nostro DNA, e dunque i caratteri dei nostri antenati, come quell'homo era talmente sapiens da essere sempre pronto ad aprirsi alla sua dimensione spirituale, così l' homo - si spera - sapiens di oggi, dovrà essere così sapiens da riproporre e riportare nei nostri giorni il risveglio della spiritualità, che gli consentirà di operare per il radicamento di una nuova consapevolezza da trasmettere poi, in ogni settore possibile, anche agli altri esseri umani.

In questi 9 giorni, in conclusione, sarà importante riunirsi, ed anche spesso; dato che la qualità e la sedimentazione delle informazioni su una nuova spiritualità potrà essere ottimizzata e incrementata anche dal fatto che più unità umane, con il loro apporto psichico, si riuniscono insieme a meditare, perchè no, anche attraverso una rinnovata forma di sinergico dialogo ed armonica sintonia.

D.S. ♥

Fermati a pensare, e riflettici; e, per saperne di più, unisciti a noi in questo storico evento, anche scaricando il programma. 
Ichu, Daniela e Upasak

                 "El puente colorado della Trasformazione"
                        Le forze umane per il risveglio, in azione 9 giorni 









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