Quando la confusione non è chiarezza
Negli ultimi giorni sono emerse – vicende che
coinvolgerebbero figure pubbliche del mondo della spiritualità, tra cui anche
Deepak Chopra, in relazione al caso Epstein.
Ammesso e non concesso che tali accuse siano vere, parziali o infondate – e
senza alcuna intenzione di giustificare eventuali comportamenti gravi o
moralmente inaccettabili – sento il bisogno di portare il discorso su un piano
più ampio e, a mio avviso, più utile.
Perché il punto non è solo chi avrebbe
sbagliato.
Il punto è come noi reagiamo quando un “maestro” cade.
Mi sono sentita di scrivere questo articolo non per difendere una persona, né per negare fatti gravi che – se confermati – restano inaccettabili e da condannare senza ambiguità.
Ma perché, ancora una volta, vedo ripetersi una dinamica che conosco bene, confusione
che genera altra confusione.
Quando emergono scandali che coinvolgono figure
del mondo spirituale, la reazione collettiva oscilla sempre tra due estremi
ugualmente pericolosi:
l’idolatria cieca o la distruzione totale.
In mezzo, spesso, non resta spazio per il discernimento.
Seguire Deepak Chopra da anni significa, per me, aver incontrato insegnamenti che hanno avuto un senso, che hanno aperto riflessioni, che hanno aiutato a rimettere l’essere umano in relazione con la natura, con la coscienza, con la responsabilità individuale.
Le Sette Leggi Spirituali della Natura per
esempio, non sono slogan motivazionali. Parlano di armonia, interdipendenza, consapevolezza, allineamento con i ritmi
naturali.
In un’epoca che ci spinge alla disconnessione totale – da noi stessi, dal
corpo, dalla Terra – perdere anche questo contatto sarebbe un rischio enorme.
Ed è proprio per questo che sento il bisogno di parlare.
Tra Maestro e
insegnamento, va fatta una distinzione necesaria. Molto tempo fa avevo già compreso una cosa fondamentale:
non si seguono i maestri, si seguono gli insegnamenti.
Lo avevo scritto chiaramente in un articolo del 2012
(qui sotto il link).
I maestri sono persone.
E le persone possono:
- sbagliare
- cadere
- essere incoerenti
- tradire ciò che insegnano
Questo non li rende automaticamente depositari
del male assoluto, ma nemmeno intoccabili.
Significa semplicemente che non vanno mitizzati.
Quando confondiamo l’insegnamento con la persona, stiamo già camminando su un terreno scivoloso.
Il vero problema, forse, non è tanto il maestro che cade, ma il bisogno umano di santificare qualcuno.
Quando una persona diventa:
-
“illuminata”
-
“al di sopra”
-
“inattaccabile”
-
“canale puro”
abbiamo già smesso di fare un percorso spirituale sano.
Abbiamo creato un idolo, e l’idolatria – anche spirituale – prima o poi presenta il conto.
Un percorso maturo non ti chiede di:
-
sospendere il senso critico
-
giustificare comportamenti discutibili
-
delegare la tua coscienza a qualcun altro
Anzi, se lo fa, è un segnale rosso.
Ma buttare tutto nel fuoco è davvero consapevolezza?
Di fronte a accuse, scandali o rivelazioni, la
tentazione è forte:
“Se lui è caduto, allora tutto ciò che ha detto è falso.”
Ma questa non è lucidità.
È una reazione emotiva.
Così facendo non stiamo chiarendo nulla, stiamo solo tagliando un filo in più, lasciandoci ancora più disorientati.
Se perdiamo anche quegli insegnamenti che ci aiutano a:
- sentirci parte della natura
- osservare la mente
- vivere con maggiore responsabilità
- non delegare il nostro potere
allora il rischio è di perderci nel nulla, in un vuoto cinico dove tutto è inganno e nulla ha valore.
Attenzione!!! Serve discernimento!!!
E qui voglio essere chiarissima.
Discernimento non significa giustificare.
Condannare l’inaccettabile è
doveroso.
Difendere ciecamente è pericoloso.
Ci vuole il terzo occhio aperto, non
chiuso.
Serve capacità critica, lucidità, presenza.
Un percorso spirituale sano:
- non ti chiede fedeltà
- non ti chiede di chiudere gli occhi
- non ti chiede di consegnare il tuo giudizio
Se un insegnamento ti rende dipendente da una
figura, non è sano.
Se invece ti restituisce a te stesso, allora va osservato, verificato, vissuto.
Salviamoci. Da soli. Questa è forse la parte più scomoda, ma anche la più vera.
Nessun maestro ci salverà.
Nessuna figura pubblica può farsi garante della nostra coscienza.
La spiritualità autentica non è un rifugio, è
un’assunzione di responsabilità.
Ci chiede di stare in piedi senza stampelle, di scegliere, di
discernere, di camminare.
Salvare ciò che è vivo dentro un insegnamento non
significa salvare chi lo ha pronunciato.
Significa salvare noi stessi dalla confusione, dalla delega, dalla
distruzione indiscriminata.
Non ho scritto questo articolo per difendere
qualcuno.
L’ho scritto per difendere qualcosa di più fragile e prezioso, la capacità
di discernere.
In un mondo che alterna idoli e roghi, forse
l’atto più rivoluzionario è restare lucidi.
Condannare ciò che è inaccettabile.
Lasciare andare ciò che non serve più.
E tenere ciò che, nonostante tutto, continua a riportarci in contatto con la
vita.
Perché se perdiamo anche questo, il rischio non è
di sbagliar maestro.
Il rischio è di perderci del tutto.
Non credo che la domanda giusta sia:
“Possiamo ancora credere ai maestri?”
La domanda, semmai, è un’altra:
siamo pronti a smettere di cercare figure perfette e iniziare a camminare con più responsabilità?
Gli insegnamenti che funzionano non hanno bisogno di essere salvati a tutti i costi.
E quelli che non reggono alla prova del discernimento… forse è giusto lasciarli andare.
Ma continuare a fare di tutta l’erba un fascio, tra idolatria e demolizione totale, non ci rende più lucidi.
Ci rende solo più confusi.
E la confusione, alla fine, è sempre la stessa storia.
D.S.
