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giovedì 21 marzo 2013

Viaggio nel presente: la Felicità e l’arrivo della Primavera: svegliamoci !


Riprendiamoci il nostro cuore, la nostra mente, il nostro modo di essere, la nostra essenza. E, riinnamoriamoci di noi stessi, di quello che veramente siamo.
Più volte in questo blog abbiamo parlato di arte, di storia, di scienza. Certo, un percorso impegnativo e forse inusuale per un blog. Ma questa è la strada che per ora ho scelto e che voglio perseguire.

Nel momento in cui la crisi di tutto ci costringe a ripiegarci sull’essenziale, che finisce con il costituire una formidabile nostra arma di difesa, l’unica fortezza dentro la quale possiamo ripararci è l’essere noi stessi, la nostra fantasia, la nostra creatività, la nostra capacità di immaginare il bello ed ove possibile di realizzarlo. Attraverso le idee, attraverso la nostra capacità propositiva e positiva, attraverso il bello nell’arte, attraverso quella tensione che ci porta e riflettere su quel che siamo e su come migliorarci e far progredire tutto ciò che sta attorno a noi. E’ una operazione che all’inizio può forse apparire virtuale, ma su questa strada avremo modo di vedere e constatare che in realtà nulla è virtuale. Tutto è infatti assolutamente e profondamente reale.  
Mi viene in mente quel racconto di un vecchio Signore siciliano, un gattopardo scomparso da circa trentacinque anni, uno dei massimi esperti italiani di elettronica e di elettrotecnica peraltro mai trasfusa in dotti insegnamenti accademici, sposato e senza figli, il quale era appassionato di calcio. E quando guardava le partite alla televisione, le seguiva non con il commento del telecronista, ma con il muto. E sovrapponendo alle immagini televisive una radio accesa, con il commento della medesima partita da parte del radiocronista. Sulla base del principio che il racconto dell’immagine da parte del telecronista era meno completa di quella del radiocronista, essendo le eventuali carenze del commento del primo mediate dall’immagine visiva, e dovendo invece il commento del secondo essere assolutamente completo e fedele in ogni sua parte per far vedere agli occhi del cuore e della mente quel che poteva essere reso vivo soltanto attraverso la parola. E dovendo dunque il radiocronista rendere reale il virtuale. Con la ovvia conseguenza che, visti così i fatti, il virtuale non esiste più, dato che tutto, o è reale, o prima o poi diviene reale.
                                     
La stessa operazione di cui sopra va riproposta e sottoposta all’attenzione ed alla cura di ciascuno di noi, oggi (mi esprimo così, non volendo usare quello squallido neologismo, oggi sempre più in voga, “attenzionare“), soprattutto considerando che dal 21 Marzo entriamo nella nuova fase della Primavera, e dunque in una fase di rinascita.

Ma andiamoci per gradi. Con una scelta di tempo che non pare casuale, l’O.N.U. (Nazioni Unite) e l’Unesco, con l’accordo dei 193 Stati membri, e per il giorno 20 Marzo, corrispondente al giorno immediatamente precedente all’ingresso della Primavera, ha indetto la “Giornata internazionale della Felicità. Anche se taluni rilevano che, considerato l’attuale generalizzato periodo di crisi, indire una giornata mondiale della Felicità non può non lasciare più che perplessi, in linea generale l’iniziativa potrebbe anche essere condivisibile. E ciò nonostante sia pur vero, che a furia di crolli annunciati e disastri confermati; fallimenti finanziari e scandali di ogni tipo; instabilità politiche e conflitti permanenti; la ormai dimenticata crisi del ’92 – ’93, conseguente alla prima guerra del Golfo; e tenuto conto dell’attuale semicrac di Cipro, e della prossima annunciata insolvenza della Slovenia, è il momento più difficile dal Secondo Dopoguerra. Tant’è che, dopo aver facilmente constatato che un ciclo di crescita molto lungo si è interrotto, e dopo aver ovviamente purtroppo previsto che la generazione dei nostri figli sarà la prima ad essere più povera della precedente; al tirar delle somme più che il fondo del barile, stiamo raschiando quello della storia.
Rilevato che la Felicità precede immediatamente la Primavera, si sarebbe portati a pensare che i due momenti sono collegati. Eppure scopriamo di no; tant’è che la predetta Organizzazione sovranazionale lega il momento della Felicità, non a un momento di rinascita o di nuova nascita quale è la Primavera, né tantomeno al nostro risveglio interiore, o ad un nostro momento intimistico. La Felicità viene invece collegata ad un malinteso sviluppo su base esclusivamente economica, dato che così si legge nel comunicato delle Nazioni Unite che oggi promuove, attraverso,  la Giornata Internazionale della Felicità la nuova priorità globale. Ma, è vero che più una Nazione è produttiva, più è felice? E vero quanto sostiene il segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon, e cioè che “Felicità è aiutare gli altri,” dato che “quando con le nostre azioni contribuiamo al bene comune, noi stessi ci arricchiamo.”; dato che “E' la solidarieta' che promuove la felicità"; e dato che è "La compassione promuove la felicità e contribuirà a costruire il futuro che vogliamo"; ben considerato che dietro la compassione può ben nascondersi l’interesse degli Stati ricchi a finanziare, contro lauti interessi, gli Stati che, magari anche per loro colpa (vedi la Grecia), sono alla frutta?

E’ corretto misurare la felicità, come ha fatto il Bhutan sin dagli anni 70’, con il parametro della Felicità Interna Lorda (Gross National Happiness - GNH) che si differenzia del resto del mondo, che da sempre rincorre la certezza economica del PIL (Prodotto Interno Lordo)?
Può essere una soluzione, nell’attuale quadro di generalizzata crisi economica , tener conto del BIL (Benessere Interno Lordo), ovvero del livello di felicità dei cittadini, invece del PIL?
Certo!, è vero che come si dice, “La felicità è un obiettivo fondamentale dell’umanità”; ma certo è pure che partire dal momento economico, dove ci sarà sempre chi cerca di fare il furbo, non può funzionare ed infatti non funziona! Tant’è vero che si osserva che nel Bhutan, Stato asiatico arrampicato sui monti e di ridotta estensione (47.000 km2, e cioè poco più dell’Olanda), il valore del benessere spirituale, secondo gli insegnamenti del pensiero buddista, è anteposto a quello materiale, pur nella frequente mancanza di acqua potabile e/o dei diritti civili.


Non è dunque assiomatico o sempre vero quel che sostiene l’O.N.U., e cioè che "le persone riconoscono che il progresso non dovrebbe portare solo crescita economica a tutti i costi, ma anche benessere e felicità''.
E così viene in rilievo il 21 Marzo, l’arrivo della Primavera, la rinascita che consegue al letargo. Nel quadro delle vicende successive alle dimissioni di Papa Benedetto XVI, e dunque in previsione dell’elezione del nuovo Pontefice, di recente si è fra l’altro letto su un quotidiano (a firma: www.antoniosocci.com) << Del resto a Fatima, la Madonna – che ha fatto quella richiesta al Papa – ha anche domandato ai tre bambini di pregare e sacrificarsi per la fine della Prima guerra mondiale, evidenziando così che ogni semplice cristiano (a cominciare dai più piccoli) grazie alla preghiera e all'offerta di sé ha un <<potere>> sulle cose del mondo superiore a quello dei governi. >>.
Attribuendo dunque alla preghiera ed all’offerta di sé un valore di attrazione delle coscienze verso il fine supremo della pace.  Qui non si vuole certamente entrare nel merito delle dinamiche religiose conseguenti agli accadimenti di Fatima. E meno che mai entrare nelle relative dinamiche teologiche che coinvolgono credenti e non credenti. Tuttavia, il sopracitato nostro metodo appare assolutamente corretto condivisibile, foriero di grandi positività, e perché no, di quella felicità che consegue alla riscoperta della nostra essenza.
Riscoprire noi stessi, il potere creativo della nostra mente, il potere che la nostra positività esercita su noi stessi e sugli altri, vicini o lontani, comunque si configura come quel << potere >> che ognuno di noi possiede e che deve essere perseguito e sviluppato a prescindere dai nostri personali ed individuali interessi. Nel più generale schema della condivisione di un generale insieme che contenga insiemi diversi.
Se dunque la preghiera e l’offerta di sé hanno di per sé un assoluto valore di attrazione delle coscienze degli altri, perché la nostra personale creatività, il potere della nostra mente, la nostra personale crescita, non possono pure costituire momento di attrazione verso le coscienze che ci circondano, e che con noi costituiscono quell’insieme che è la collettività?.
Da qui la necessità del risveglio di ognuno di noi, del risveglio delle nostre coscienze, del risveglio della nostra mente. Della necessita di risvegliare, anche con l’odierno ingresso della Primavera, e dunque di rivalutare, tutto quel patrimonio che sta dentro ognuno di noi e che costituisce il nostro bagaglio personale (e genetico). Acquisendo alla fine anche la capacità di difenderci da falsi imbonitori. Con la nostra creatività; con il nostro personale ed intimo contributo; senza dormire. Perché sarà pure un luogo comune, ma certo è che, < CHI DORME NON PIGLIA PESCI ! >
D.S. ♥
 

sabato 9 marzo 2013

Viaggio nella memoria: attualità della Divina Commedia di Dante Alighieri, alla luce dell’interpretazione di Roberto Benigni.

Viene riproposta in questi giorni in televisione, in prima serata, sulla rete 2 della Rai, la rilettura e l’interpretazione di alcuni canti della Divina Commedia di Dante Alighieri(1) da parte di Roberto Benigni(2).Riproposizione che, evidentemente, deriva dal pregio e dal conseguente perdurante interesse di questa storia della toscanità e del lavoro compiuto dall' artista di Castiglion Fiorentino. Non a caso, infatti, Benigni nel 2007 fu candidato al Premio Nobel per la letteratura in omaggio  "all'impegno profuso in favore della diffusione" della maggior opera del Maestro fiorentino.
Deve essere innanzitutto chiaro che questo scrittoquestoquesto breve scritto non intende assolutamente entrare nel merito della caratura scientifico-letteraria dell’interpretazione; ne tantomeno vuole esprimere una valutazione sull’operato di Benigni.
Tuttavia, l’indubbio fascino dell’operazione letteraria; l’averla riproposta più o meno negli stessi luoghi nel quale era stata scritta; e le appassionate spiegazioni che Benigni fa del contesto del pensiero dantesco; generano senza dubbio rilevante interesse e grande attrazione.
Non solo, ma basti inoltre appena osservare quanto in Firenze si prestino allo scopo piazza Santa Croce e la quinta  offerta dal Pantheon fiorentino, che costituiscono un teatro naturale di rara bellezza, per rendere il tutto ancor più suggestivo.

Per entrare nello specifico, va innanzitutto osservato che Benigni, sulla falsariga di Dante, articola la sua interpretazione all’insegna della “fiorentinità nel mondo”, e cioè immaginandosi come Dante, che leggeva il mondo - allora conosciuto (siamo tra la fine del 200’ ed i primi due decenni del 300’) - come se Firenze fosse effettivamente, se non il centro, uno dei centri principali per l’osservazione di quanto creato da Dio.
 
Premesso dunque che è tautologico che l’epoca di Dante e quella attuale sono assai diverse, tuttavia, per dare maggiore interesse allo scritto dantesco, più che contestualizzarne lo sforzo visitandolo come fosse un’opera esposta al celebre fiorentino Museo degli Uffizi, più utile appare andare alla ricerca di analogie tra l’epoca dantesc a e quella attuale. 
 Lo scritto di Dante, infatti, si pone in un momento molto alto dello scontro politico fiorentino, dove le guerre tra Guelfi e Ghibellini erano la norma, dove l’età Comunale aveva iniziato il suo percorso di dissolvimento verso la Signoria dei Medici, e dove comunque la Città di Firenze aveva resistito orgogliosamente tanto ai Ghibellini appoggiati dall’Impero quanto ai Guelfi sostenuti dal Papa (si ricordi che, a prescindere dalla strumentale opposizione del Papa di allora, lo spagnolo Alessandro VI(3), i guelfi Re di Casa Valois, in quanto francesi, rivendicavano l’eredità degli Angiò, divenuti Re di Sicilia per investitura del Papa, e comunque una sorta di diritto di protezione sul Papa e sullo Stato pontificio(4). E si ricordi ancora, per salvare la dignità fiorentina, quello che nel 1494 oppose Pier Capponi(5) al francese Re di Francia Carlo VIII di Valois(6), che Firenze voleva militarmente sottomettere, “Se voi suonerete le vostre trombe, noi suoneremo le nostre campane!” (7).
 
Facendo ricorso ai corsi e ricorsi storici di vichiana memoria(8), accadde allora, più o meno, quel che accade ancor oggi, dove, “historia se repetit”: alla centrale fiorentinità succede la centrale italianità; dove ai Guelfi contro i Ghibellini succedono gli anti berlusconisti contro i berlusconisti e i post berlusconisti; e dove a quel Giorgio La Pira(9), che nel secolo XX, tra gli anni 50’ e la metà degli anni 60’, immaginò Firenze come la fantastica “Città della Gioia”, quasi fosse l’anticipazione della figura che si ritrova in quel romanzo nel missionario Paul Lambert(10), dopo qualche decennio, si dissolve nella annunciata “rottamazione”(11) di Matteo Renzi(12), o verso la nuova signoria dei Grillini (13), temuta, a ragione o a torto, non meno del potere del bacchettatore frate domenicano Gerolamo Savonarola(14). 
Anche in tal caso, senza ancora e per nulla voler entrare in alcun dibattito politico, rimane, alla fine della fiera, la grande confusione politica, morale, e perché no anche intimistica che si leggeva nell’epoca dantesca come in quella attuale.
All’epoca di Dante, nessuno sapeva quale direzione avrebbe preso la fiorentinità; in epoca attuale nessuno può sapere e/o conoscere dove ci porteranno le difficoltà del momento. Un dato tuttavia pare certo: come tanta saggezza servì a Firenze tra il XIII ed il XV secolo, tanta saggezza ed accurate riflessioni su quello che ognuno di noi è in questa nostra epoca di transizione servirebbe ancora oggi.
Ed è questo forse il messaggio più importante della rilettura di Benigni: guardare oggi dentro noi stessi per capirci, così come  Dante Alighieri con la sua Divina Commedia aveva fatto nel 200’. 
Vuol sottolinearsi, in buona sostanza, come gli sforzi di ognuno di noi, quale che sia il campo d’azione prescelto, politica compresa, non può prescindere da una profonda ricerca di consapevolezza personale.  Ove ognuno ha il dovere di seminare e di raccogliere la propria semina, posto che, altrimenti, o può venir costretto a raccogliere frutti non sempre positivamente seminati da altri, o consente che nel proprio campo altri seminino e poi raccolgono ed apprendono invasivamente. Da ciò l’esigenza di risvegliare sempre più la nostra mente in un continuo divenire, al fine di far crescere e far migliorare il potere personale di ciascuno di noi, focalizzato ad essere protagonisti e non succubi, locomotive di noi stessi e non vagoni di altri. Dove non si presta attenzione alle negatività per non attrarle al proprio io, e con il fine di dare ciascuno un proprio singolare contributo di crescita personale e generale nel già spiegato gioco degli insiemi. E dove il campo vibrazionale ed energetico di ognuno di noi, diviene una forma-pensiero dove non si rimane in attesa, ma guida personale e stella cometa non soggetta al trasformismo di chi viene guidato esclusivamente dall’opportunità e/o dalla vuota immagine.   
 
Certo! E’ difficile intravedere oggi un uomo saggio che, al pari di Virgilio, possa accompagnarci nel cammino per uscire dallo stato di confusione attuale; ma certo è pure che una attenta riflessione su quello che siamo stati, su quello che potremmo essere, e su quello che saremo, non può guastare e ci aiuterà a crescere.    
E sotto questo profilo, con lo sguardo al domani, riprendendoci il nostro cuore, la nostra mente, e la nostra capacità di intuizione e di costruzione, GRAZIE BENIGNI!(15) 
D.S. ♥ 
NOTE :
(1) Durante di Alighiero degli Alighieri, 1265-1321.(2) Interessante rilevare, oltre ad altre diverse analogie, pure quella tra l’opera di Benigni e lo schema dantesco, se si tiene conto che Dante incontra Virgilio “nel mezzo del cammin di sua vita”, e Benigni studia e commenta l’opera Dantesca aduna età sovrapponibile, essendo nato nel 1952.(3) Alessandro VI, ovvero, Roderic Llancol de Borja (Rodrigo Borgia), 1431-1503, Papa dal 1492 al 1503. (4) Deriva dall’essere divenuti Re di Sicilia per investitura del Papa, Carlo I d’Angiò (fratello del capetingio Re di Francia Luigi IX d’Angiò detto “Il Santo”) per mano del francese Urbano IV nel 1263, la collocazione guelfa della Francia. Collocazione guelfa e filo francese che infatti nella politica francese si ritroverà costantemente nei secoli, sin quasi alla presa di Roma (1870).(5) Pier Capponi, 1447-1496, già Ambasciatore di Lorenzo il Magnifico, e poi, dopo la morte di quest’ultimo, capo della Repubblica di Firenze  dal 1494 al 1496.(6) Carlo VIII di Valois, 1470-1498, Re di Francia dal 1483 al 1498.(7) Non è dubbio che l’opposizione di Pier Capponi alle mire francesi derivasse dal rifiuto di corrispondere quelle grosse somme di denaro pretese dall’invasore francese, ma è altrettanto indubbio che, in un’ottica di seguito dello scontro fra Guelfi e Ghibellini, se attaccata, Firenze, nonostante in età repubblicana,  avrebbe ricevuto un qualche consistente aiuto dall’autorità imperiale.(8) Vedansi le teorie di Giambattista Vico, 1668-1744.(9) Giorgio La Pira, 1904 – 1977, Sindaco di Firenze dal 1951 al 1958 e dal 1961 al 1965, talvolta indicato come “Il Sindaco Santo”. Dal 1986 ne è in corso la causa di beatificazione.(10) Dominique Lapierre, La Città della gioia, Arnoldo Mondadori Editore, Milano, 1985. (11) “Rottamazione” in un’ottica di rinnovamento, spesso temuta e vissuta come uno schema di “dispotismo illuminato” con il fine della “rottamazione”. Nel linguaggio corrente, il termine “rottamazione” è divenuto indicativo del pensionamento forzato della vecchia classe dirigente di un partito o di un movimento o di un settore della Società.(12) Matteo Renzi, esponente di primo piano della nuova dirigenza emergente all’interno del Partito Democratico (PD) in Italia. Renzi, nato nel 1959, è stato Presidente della Provincia di Firenze dal 2004 al 2009, ed è, dal 2009, l’attuale Sindaco di Firenze.l . (13) Così indicati tutti coloro vicini al Movimento 5 Stelle (M5S), alle elezioni nazionali del Febbraio 2013. (14)Gerolamo Maria Francesco Matteo Savonarola, frate domenicano, 1452-1498, filo francese, vicino a Carlo VIII di Valois (vedasi supra). Nel suo tempo fu un costante bacchettatore della decadenza dei costumi, nel 1497 organizzatore del falò delle vanità che vide la scomparsa di innumerevoli capolavori d’arte, ritenuto eretico e per questo nello stesso 1497 scomunicato da Papa Alessandro VI (vedasi supra). Morì condannato al rogo. Nel 1997 l’Arcidiocesi di Firenze ne ha avviato la causa di beatificazione.  15) Il quale, peraltro, in alcune sue diverse iniziative, non sempre è apparso condivisibile.
 
 
 
 


domenica 24 febbraio 2013

L’UOMO, ALL’ALBA DEL TERZO MILLENNIO. Il ruolo dell’essere umano da membro di una comunità a soggetto della stessa.


Nei due millenni, diciamo, d. C. (dopo Cristo), si è assistito ad una ben diversa connotazione dell’essere umano, nel primo millennio a costruire, e nel secondo millennio a consolidare.

Ne sono prova, ad esempio, gli Stati. In breve, ed assai sommariamente, gli unici popoli che in qualche modo anteriormente all’anno mille potevano, e dunque ancor oggi possono, rivendicare l’essere stati Stati, intesi come unicità di popolo, nazione, e territorio, sono stati gli spagnoli, gli inglesi, i francesi, i danesi, gli ungheresi, i giapponesi, gli egiziani, e forse gli etiopi.

Al di là delle tensioni che l’essere umano ebbe ad avvertire alla fine del primo millennio, dove ebbe a regnare sovrana la paura della fine del mondo, successivamente, l’alba del secondo millennio, con l’alto medioevo, vide l’essere umano sempre più proiettato a costruire delle strutture che lo ponessero in una casa Statuale, al riparo dalle brame di egemonia dei popoli vicini. Ed infatti, nel nono secolo del secondo millennio ebbe in qualche modo fine quel processo di unificazione degli Stati, in Europa Italia e Germania innanzitutto, intesi come casa nella quale, in teoria, poter crescere e prosperare. 
Certo, in una dimensione mondiale, così non può dirsi ad esempio per i popoli del continente africano, ancora visti più come proprietà da sfruttare, che invece come popoli autonomi ed indipendenti  con i quali convivere (Liberia esclusa).


Ma altrettanto evidente è pure che, alla fine del secondo millennio, nascono tutta quella serie di organismi internazionali che, sempre in teoria, avrebbero dovuto garantire la serena e civile convivenza di popoli, oltre che contribuire al loro sviluppo.
E l’uomo? Più o meno sino alla metà del secondo millennio, l’uomo, anche come essere umano, veniva visto come una risorsa unicamente statuale da far valere in caso di guerra, o comunque in caso di necessità politiche. Poca o nessuna attenzione verso l’essere umano. 


Dalla metà del novecento in poi, dopo la ancora incompresa bufera della seconda guerra mondiale, l’essenza dell’essere umano ha iniziato a fare la sua comparsa nelle ottiche dei diversi governi nazionali. Che si sono avvalsi dei grandi sognatori. Ma che poi i grandi sognatori (come Gandhi, Martin Luther King, etc.) hanno però successivamente sfruttato a fini politici, o comunque a fini personali e/o secondo logiche di potere.


Bene!, e così si arriva all’inizio del terzo millennio, quello attuale.
Dove lo Stato non dovrebbe essere un bene astrattamente primario, ma si configura come una somma di eccellenze, quale è la somma delle vere identità e coscienze di tutti i suoi membri. Così, in questa ottica, il passaggio dallo Stato come somma numerica dei suoi componenti allo Stato come somma delle coscienze dei singoli che lo compongono, diviene, con tutta evidenza, esigenza primaria. Ed è altrettanto evidente che viene dunque primariamente in rilievo l’essenza dell’essere umano, ovvero, l’essenza di ognuno di noi quale elemento cardine dello Stato inteso come organizzazione umana.  


In questo quadro, il più grande dono che ognuno può fare  al proprio essere umano, inteso quale soggetto che fa del ragionamento il proprio punto cardinale fondamentale, consiste nello sviluppare la propria mente, perché divenga sempre più aperta e indagatrice, e sempre più pronta a nuove considerazioni. Nell’ambito di una realtà che, muovendosi su un continuo divenire, ridefinisce sistematicamente ed ogni volta il corso dell’esperienza umana.



E tuttavia proprio partendo dal predominio dell’uomo come essere pensante, non può essere dubbio che ciascun essere pensante, in quanto somma di proprie particolarissime esperienze, si inserisce nella propria aggregazione umana, e poi nel mondo, grazie alle singole creazioni di ciascuno. Singole creazioni personali che, come piccoli insiemi, finiscono con l’inserirsi in un quadro più grande nel quale trovare ulteriori soluzioni che possono e devono essere generali. Nuove soluzioni che, ovviamente, alla fine non potranno che aumentare la singola consapevolezza di ciascuno della propria valenza ed importanza.


E’ il concetto matematico dell’insieme. In quanto esistenti singolarmente come insiemi, ed in quanto inseriti in altro insieme più grande, dove convivono insiemi più grandi con insiemi più piccoli, a prescindere che omogenei o eterogenei, non soltanto acquisiamo la coscienza di personalità multidimensionali, ma acquisiamo altresì la coscienza di poter comunicare e agire in questi scenari con diversi gradi di rilevanza. Rilevanza che deve sfuggire alle logiche di mero potere, dato che in tal caso, taluni parlano di successi di alcuni singoli su altri, altri si esprimono in termini di influenza di singoli su altri singoli.

Cosicché, dall’interagire all’interno degli insiemi delle diverse comunicazioni delle loro varie parti, o dall’interagire fra insiemi, deriva, piaccia o no, una nuova dimensione consapevole, nella quale, in qualche modo, ogni posizione che si assume verso se stessi, e soprattutto verso l’esterno, comporta in ogni caso l’assunzione di un rischio: il rischio di essere.

Fare affidamento sui vostri talenti significa dunque leggere i segnali che rivelano la trasformazione della vostra coscienza.


Quando siete tesi, costruite una fortezza intorno alla vostra mente. E quando create dei blocchi attorno a voi, ostacolate il vostro raggio di azione su vari livelli di realtà (si ricordi che i blocchi vengono spesso erroneamente evidenziati come meccanismi di difesa).

In realtà, esiste la necessità di acquisire una nuova inattaccabile attenzione che ciascuno deve avere verso le proprie intenzioni, poiché esse hanno il potere di condizionare e di definire lo spazio intorno a noi ed il rapporto con gli altri esseri umani. E’ così la teoria dell’intenzione che finisce con l’attrarre quello che immaginiamo. E con l’intenzione, ogni singolo individuo, dando corpo ad una sua volontà o a un suo desiderio, finirà con il compiere una sempre maggiore quantità di scelte. In una mente integrata e ben equilibrata, che vibra ad una frequenza inattaccabile dalle influenze negative.
 
Se infatti è vero che interagire con la nostra realtà significa indirizzare noi stessi a guidare il nostro potere personale interiore, detta interazione finisce con l’essere, in quanto diritto inalienabile della coscienza di ciascuno, lo strumento necessario anche per poter influire sul mondo che ci circonda.

Ogni singolo pensiero e ogni sentimento hanno infatti una specifica forma vibrazionale. Ne è prova la natura, ove appena si osservi che le piante e gli animali possono essere con il nostro modo di essere molto cooperativi, quando impariamo a focalizzare la nostra attenzione per comunicare con loro.




E così, quando diamo il giusto valore alle nostre energie, possiamo divenire mentalmente vigili, fiduciosi, e con il cuore aperto, dato che all’interno del nostro campo di azione e di energia si stabilisce un grande equilibrio. Lasciare dunque pieno spazio alla nostra energia richiede un forte cambiamento della nostra coscienza; che, a seguire, si concretizza in una condizione di crescita pure in termini di consapevolezza spirituale.

Per creare consapevolmente ciò che vogliamo, necessita dunque uno stato di rilassamento interiore, che va cercato in ogni modo, anche con l’ausilio di terzi, che ci consenta di rilassarci, per poi focalizzare l’attenzione sulle nostre intenzioni. Al fine di esplicare tutto il potenziale del nostro potere interiore.




Questa la direzione dell’uomo/essere umano all’alba del terzo millennio: una direzione che ponga la primaria attenzione verso il modo in cui usare la mente. Per produrre quelle frequenze di consapevolezza che getteranno una luce sempre maggiore verso la generale coltre di ignoranza che ancor oggi avviluppa l’umanità, e che in qualche modo la controlla.
D.S. ♥

giovedì 10 gennaio 2013

<< IL SILENZIO >>




Si ritiene comunemente che il silenzio, per essere tale, coincida con uno stato di esenzione da qualsiasi parola o rumore, ma questo non è vero. 

Infatti, al contrario di quel che si pensa, anche il silenzio può essere assordante: non per nulla nel modo di dire napoletano ci si rivolge talvolta a chi ascolta, avvertendolo di non parlare. Tanto il suo pensiero si sente lo stesso.
Mentre nella tradizione pugliese si dice che “una parola è poca e due sono troppe”, nella tradizione italiana si dice che “la parola è d’argento, e il silenzio è d’oro”.

Ma cos’è veramente il silenzio?
Viene dunque in rilievo il valore del silenzio, ovvero la domanda che cosa c’è dietro il mero silenzio?
Nella tradizione cattolica, il valore del silenzio viene fatto più o meno erroneamente generalmente coincidere, o con il principio del “Porgi l’altra guancia!”, o con la regola benedettina dell’ “Ora et Labora”. Ma i predetti concetti sono indistinti, non equiparabili, e affatto coincidenti, dato che il principio del “Porgi l’altra guancia!” attiene ad un sistema di vita, mentre la regola benedettina dell’ “Ora et Labora” riguarda il momento del rapporto con il metafisico ed il trascendente. 


Prova ne è che nella tradizione cattolica infatti, non viene ad esempio spiegato se la mancata risposta ad un torto debba essere silenziosa o meno; ovvero se il fatto di orare, e cioè di pregare, debba essere un fatto intimistico privato e silenzioso o meno.

Molto meglio ed in generale, invece, ancorarsi a dati certi, per cui può dirsi, secondo tutte le grandi religioni monoteistiche del mondo, che la preghiera del singolo è certamente un fatto intimistico privato e silenzioso, mentre la preghiera di gruppo, intesa come lode al Trascendente, è in generale non silenziosa.

In realtà, per quel che qui interessa, il valore del silenzio attiene ad un'intima ricerca che ciascuno compie con la parte più profonda del proprio io, raccogliendo tutte le sue forze al fine di trovare quello stato di concentrazione che lo pone in una dimensione quanto più diretta  possibile con il proprio sé ed eventualmente con il Trascendente. E dunque in una veste, che rende il silenzioso unico ed inattaccabile.

La dimostrazione deriva dal fatto che, se per un verso la preghiera viene intesa come una dinamica singola e collettiva nella quale ciascuno interpreta la sua parte nel rapporto con sé stesso e/o con l’aldilà, in realtà la preghiera più vera è quella in cui ognuno esprime il proprio essere e la propria spiritualità in un ambito del tutto personale e silenzioso. Si pensi, ad esempio, a tutto quello che sta nel silenzio della meditazione, o nel silenzio della pace. Dove il silenzio non costituisce più carenza, ma momento di costruzione all’interno di una diversa forma di spiritualità, anche alla ricerca di una maggiore consapevolezza di sé stessi. 
                                                                                          . 
Attenzione, però. Sostenere che il silenzio è una forma di spiritualità non deve portare a confondere silenzio e meditazione, dato che i due predetti termini sono ben distinti, e dato che la meditazione può costituire parte del silenzio, ma mai l’intero. Quando si parla di meditazione, si definisce infatti uno stato della coscienza che può essere ottenuto, o mediante l'indirizzamento volontario della nostra attenzione verso un determinato oggetto (meditazione riflessiva), o mediante la completa assenza di pensieri (meditazione recettiva = contemplazione), che si manifesta con tipologie differenti a seconda che la meditazione sia oggetto di attenzione  e di esame delle religioni e delle filosofie orientali, del cristianesimo, dell’islamismo, etc.. 


Ma, se per un verso è vero che la meditazione compare inizialmente nelle Upaniṣad, le scritture sacre induiste compilate approssimativamente a partire dal VII secolo, dove il primo riferimento esplicito alla meditazione che sia giunto fino a noi viene indicato con il termine sanscrito dhyāna; e se per altro verso ancora è vero che la concezione latina della meditazione (dal latino meditatio, riflessione) consisteva nella generale pratica di concentrazione della mente su uno o più oggetti, immagini, pensieri (o talvolta su nessun oggetto) a scopo religioso, spirituale, filosofico o semplicemente di miglioramento delle proprie condizioni psicofisiche; non può dirsi che anteriormente al VII secolo, ovvero al primo riferimento esplicito alla meditazione, non esistesse il silenzio introspettivo rivolto alla migliore conoscenza di noi stessi. La vicenda del personale vissuto tradimento delle Tavole della Legge da parte di Mosè ne è ampia prova. 

 Cosicché, l’aver ben successivamente sommariamente ricompreso nella meditazione (nel senso latino del termine) un percorso religioso o spirituale, o filosofico con un percorso teso ad un miglioramento delle proprie condizioni psicofisiche, ha fatto sì che venissero erroneamente unificati e confusi i concetti di meditazione e di silenzio.



In realtà, però, è oggi ormai acclarato che esistono molti percorsi personali che non si rinvengono all'interno di una religione o una filosofia, ma di cui il silenzio, ed all’interno di questo la meditazione, è uno strumento indispensabile per approfondire i lati oscuri di noi stessi. E infatti molti si avvalgono di un maestro di passaggio, "padre"/"madre", che permette loro di fare un cammino, un percorso, che attraversa nuove realtà e che si lascia alle spalle vecchi mondi, in un procedere verso una sempre maggiore consapevolezza di se stessi e della realtà, anche in una ottica riduzione della sofferenza. Tant’è che già da oltre 25 secoli la meditazione del Buddha storico o Gautama Buddha (Siddhartha Gautama, 566 a.C.-486a.C.), come di altri saggi o illuminati che successivamente ne seguirono il pensiero, non era ascritta a nessuna religione o filosofia, ma seguiva un cammino personale.
Tralasciandosi in questa sede:   
                                                                      .                                                                            - l’analisi degli studi scientifici che, all’incirca dal 1970,  hanno evidenziato l’efficacia del silenzio assistito, e dunque della meditazione assistita, nella diminuzione di ansia e stress, e nel miglioramento della salute, nell’ambito dei percorsi personali rivolti alla migliore conoscenza di noi stessi, con tutti i componenti comuni a tutti i metodi meditativi (rilassamento, concentrazione, alterato stato di coscienza, sospensione dei processi di pensiero logico e razionale, presenza di una attitudine alla autocoscienza ed alla auto-osservazione, etc.); 

                                                . - i numerosissimi studi della comunità medica sugli effetti fisiologici della meditazione, e su come la meditazione Zen possa modificare le connessioni nervose del cervello; 

                                                                        - il recente (2007) studio scientifico americano che ha dimostrato i rilevanti effetti della meditazione sul miglioramento delle condizioni di vita, con la depressione che si attenua, con le difese immunitarie che si rinforzano, con la meditazione che abbassa i livelli di rabbia, ansia, depressione e fatica, e con la conclusione che nei processi mentali, la consapevolezza e l'attenzione sono aspetti della vita che possono essere esercitati, esattamente come accade per i muscoli; 

                                       . - le ormai scientificamente consolidate conseguenti acquisizioni sull’influenza del silenzio nella meditazione;

ne deriva che il silenzio diventa così una forma di dialogo interiore dove tutti hanno qualcosa da dire, non solo a sé stessi, ma pure al trascendente o al vicino. E detto dialogo perseguono pur senza profferir parola. Si provi ad immaginare quelle coppie serene di persone in cui le due parti della coppia, pur essendo vicine, e nonostante ciascuna impegnata ad attendere ai propri da fari, dialogano continuativamente nel silenzio di un rapporto che è comunque costruttivo. 
Tant’è che rilevava il giornalista ed intellettuale ungherese Sandor Marai (Sandor Kàroly Henrik Grossschmid de Màra, 1900-1989)    < Si può entrare in contatto con le persone anche senza parlare.[...] c'è un modo di entrare in contatto tra esseri umani più percettivo e affidabile della parola, fatto di sguardi, silenzi, gesti e messaggi ancora più sottili; è il modo in cui un essere umano nel suo intimo risponde al richiamo di un altro, quella silenziosa complicità che nel momento del pericolo dà alla muta domanda una risposta più inequivocabile di qualsiasi confessione o argomentazione, e il cui senso è semplicemente questo: io sono dalla tua parte, anch'io la penso così, condivido la tua preoccupazione, noi due siamo d'accordo...) >.


O si pensi ancora a coloro - due o più persone - che, nell’ambito del proprio dialogo, arrivati ad un certo punto si estraniano da questo abbandonandosi ai propri pensieri, per poi ritornare su questa terra come se nulla fosse (rilevava infatti il Mahatma Gandhi) < Il rumore non può imporsi sul rumore. Il silenzio sì. >). E dove l’essersi abbandonati ai propri pensieri non costituisce per nulla soluzione di continuità al dialogo con le persone che avevamo accanto. 
Deriva da quanto sopra che il silenzio non può e non deve intendersi come un momento di frattura con quello che ci circonda, ma deve invece essere interpretato come una specie di castello fortificato all’interno delle cui mura ognuno si ripara, protetto, e ritrova la propria strada e la propria conseguenzialità attraverso la riflessione sugli accadimenti che in qualche maniera lo hanno coinvolto.

Il silenzio, dunque, anche come riflessione, dato che, troppo spesso erroneamente, viene inteso come momento nel quale si può non pensare o nel quale non si ha niente da dire. E questo è tanto vero che taluni assimilano il silenzio come momento fondamentale per poter acquisire uno stato di particolare concentrazione o di stato prodromico al sonno.
Il silenzio, dunque, come momento fondante del nostro essere, nel quale un apporto alla riflessione ci viene dato da una serie di sollecitazioni esterne che appunto ci inducono alla riflessione, e che di questa fanno parte integrante.
La riflessione che diventa quindi, non soltanto un mezzo per attingere a quello che c’è dentro noi stessi, ma anche per comprendere quello che ci circonda e che noi finiamo per metabolizzare come nostro in quanto particolare nel generale.

Il silenzio.
Arma di difesa che ognuno di noi possiede quando, nell’impossibilità di sfogarci con le parole, non ci rimane che il nostro mondo personalissimo, all’interno del quale siamo assolutamente liberi e del tutto intangibili e inattaccabili.


Certo, il silenzio non deve mai costituire un momento nel quale continuare a rimuginare ossessivamente sui torti che abbiamo subito come fosse uno stato di masturbazione mentale dal quale è poi difficile venir fuori perché travolti da un pensiero costante e ripetitivo che finisce con il costituire un muro invalicabile alla nostra crescita. Tantè che il saggista e scrittore bulgaro, Premio Nobel per la letteratura nel 1981, Elias Canetti (1905-1994) rilevava che dall’interno del predetto stato ossessivo < Alcuni raggiungono la loro massima cattiveria nel silenzio. > (si pensi, ad esempio, agli stati di invidia e/o di rancore quando sono sordi, ciechi, e soprattutto silenziosi). Diversamente, invece, il silenzio deve costituire quel passo successivo ove talvolta condividere il contenuto del silenzio con coloro i quali nel silenzio parlano la nostra stessa lingua. 

E così, se non può e non deve essere minimamente dubbio che questo risultato lo si può ottenere soltanto nell’ambito di un processo che alla fine ci convince di una unità di prospettive e di intenti con chi ci circonda, la ricerca di adeguati compagni di viaggio finisce con l’essere legata ad un calcolo probabilistico, e dunque a quel gioco che fa parte degli imprevisti e probabilità della vita.
Dato che nella ovvia impossibilità di trovare qualcuno o qualcosa che sia perfettamente compatibile con noi, qualsivoglia conseguente calcolo deve essere sempre basato su un calcolo probabilistico che ognuno di noi compie sempre in silenzio.


In conclusione, dunque, il silenzio finisce col divenire un valore assoluto sul quale poterci appoggiare sempre, e soprattutto, maggiormente, nei momenti in cui dobbiamo tirar le fila di ogni nostra percezione. Se così noi italiani ci siamo in generale avvicinati al concetto di meditazione soltanto quando agli inizi degli anni 80’ il noto showman Renzo Arbore divenne il testimonial della birra italiana con lo spot “Meditate gente!; meditate!”,  circa un secolo prima, un uomo ancor oggi considerato al pari di un santo, il poeta filosofo e grande pensatore indiano Swami Vivekananda (Narendranath Dutta, 1863-1902), induista e profondo conoscitore delle religioni e del cristianesimo, scriveva <

Siediti ai bordi dell’aurora,
per te si leverà il sole.
Siediti ai bordi della notte,
per te scintilleranno le stelle.
Siediti ai bordi del torrente,
per te canterà l’usignolo.
Siediti ai bordi del silenzio,
Dio ti parlerà.
>.

Per capire te stesso, e forse anche per parlar meglio con Lui ……………….. !

D.S. ♥


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