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domenica 18 agosto 2013

Mi sento … come una “marziana” … !


Ogni anno, più o meno dal mese di Maggio, le fantasie della gente, ovvero di noi tutti, si dirigono verso il periodo estivo in arrivo.
Verso un periodo quindi, dove l’immaginario collettivo che viene chiamato riposo sembra esclusivamente rivolto, o a costruirsi un abbronzatura non fittizia (e cioè acquisita innaturalmente) e cioè “a mostrar al solleone le chiappe chiare” (come diceva un ben noto vecchio brano musicale di Gabriella Ferri1); o ad immaginare un periodo di riposo che spesso periodo di riposo non è, dato che le normali incombenze quotidiane vengono puramente e semplicemente ritrasferite nel periodo di vacanza.
E neppure può dirsi che l’attuale periodo di crisi ha in qualche modo colpito soltanto coloro che hanno ancora la possibilità di andare in vacanza, dato che le incombenze casalinghe e/o comunque della quotidianità, figli, mariti, compagni, casa, sia che si rimanga in città, sia che ci si trasferisca in una seconda casa, vanno comunque affrontate.

Così come ancora, sia che si rimanga nella casa di città, sia che ci si trasferisca in una seconda casa, ipotizzando di andare a mare di mattina per ritornare a casa la sera nulla varia nell’impostazione dell’analisi, dato che, di questi tempi, anche andare a mare diventa un problema. Si pensi allo stress della calura; alle interminabili code in automobile; alle inevitabili discussioni su quello che può essere successo al mare; alle diatribe filosofiche ed inconcludenti su quel che ha fatto Tizio, su quel che ha detto Caia, su come si sono comportati i vicini di ombrellone, su come gestire la prossima “andata al mare”, su come o con che cosa riempir il desco una volta riconquistata l’agognata meta casalinga.

E né a dire che più fortunati sono coloro che dispongono di maggiori disponibilità economiche, i quali, ahimè, devono comunque sempre sopportare lo stress di dover continuamente immaginare qualcosa di nuovo da fare e/o da inventarsi. Altrimenti, cosa poi potrebbero raccontare ai loro compagni di bisboccia?

In verità, pochi elaborano la necessità di riprendersi il cuore; e ancora pochi comprendono che il modo migliore per acquisire un sano relax, non è certamente quello di inseguire la delirante follia collettiva di un presunto stato di riposo, non si sa perché preordinato come uguale per tutti, ma bensì quello invece rivolto ad una migliore rielaborazione di se stessi ed ad uno sforzo di riflessione di quello che nell’anno di lavoro si è svolto.

Forse perché nell’anno di lavoro che precede il momento di relax si è svolto poco, o lo si è svolto male? Non è dato di sapere; ma certo è che, per uno strano miscuglio di ragioni, il periodo di riposo viene spasmodicamente soprattutto cercato da coloro i quali, nell’anno precedente all’estate, di lavoro ne hanno visto poco per non dire che non ne hanno visto affatto.

Qui non vuol dirsi certamente che, oltre a quelli che un lavoro c’e l’hanno, offerte e/o ipotesi di lavoro abbondano in ogni dove, soprattutto se si riflette su quelle recenti statistiche che vorrebbero i venditori cinesi, a prescindere che graditi o meno, abbandonare l’Italia perché ritenuto un paese, se non povero, che si avvia verso insospettati ed insospettabili tassi di povertà. Vuol dirsi invece, non soltanto che non vengono rivitalizzati quei lavori che sembravano scomparsi, per esempio in agricoltura o nel campo dell’artigianato; ma pure che comunque la creatività di ognuno, continua a non superare tutto quello che si ferma all’apparenza. E basta.



In verità, se la gente non avesse perduto la memoria, e avesse preso maggiori lezioni dal passato, ricorderebbe che durante la guerra, e dunque in un periodo di piena crisi economica, i cosiddetti cittadini (abitanti in città) avevano grosse difficoltà a preparare qualcosa da mettere in tavola; mentre chi viveva della natura, i cosiddetti campagnoli (quelli che vivevano in campagna), seguendo i ritmi del sole, e la psicologia che questo imponeva, se la passavano molto meglio. Ma i tempi sono così, nessuno ricorda le buone lezioni del passato, e tutti continuano ad inseguire, o il posto fisso che non c’è (dalla fine degli anni 60’ quasi esclusivamente gestiti con finalità clientelari), o alla ricerca dell’immagine, o alla ricerca di un posto in fabbrica quando le fabbriche chiudono sempre più, o ancora rivolgendosi ad altre soluzioni che di tutto quel che qui precede altro non sono che imitazioni sul tema.

 In un quadro generale dove i giovani vengono instradati su miti che sono falsi miti; e dove i non più giovani (vecchi e/o anziani compresi), invece, non vengono riqualificati per il contributo che potrebbero offrire. Con il risultato finale che noi diveniamo parte di un programma, che è quello che ci hanno attualmente imposto, dove non soltanto non c’è spazio per la costruzione, ma anche dove chi si avvede che ove non c’è costruzione vi è una trappola nascosta che limita il nostro sé interiore diviene inevitabilmente un marziano, soprattutto se non si limita a vedere, ma compie anche delle scelte che sono scomode perché di rottura. E così finendo con il diventare due volte marziano, uno: al momento in cui rompe gli schemi e ragiona; e, due: perché agisce dopo aver rotto.

In Italia, invece, non ci si è ancora accorti che i due punti fondamentali per la rinascita del Paese devono essere individuati nella salvaguardia e nella conservazione dei suoi innumerevoli siti turistici e nella riqualificazione di un territorio sempre più devastato, piuttosto che invece in chimere la cui riuscita è tutt’altro che certa e prevedibile. Dato che i luoghi full optional, se apparentemente costano di meno e danno di più, in realtà costano di più e danno di meno, considerato oltretutto che in realtà vietano quel contatto con sé stessi che invece darebbero i luoghi dove domina la natura. Dunque, al contrario di come dovrebbe essere, i luoghi di vacanza più ricercati sono quelli nei quali regna l’immagine, e distraggono dal contatto con sé stessi.

Tanto è vero che, tanto per fare qualche esempio, si pensi a che cosa gli italiani sono riusciti a fare del sito archeologico di Pompei, del Palazzo dei Montefeltro a Urbino, dei borghi medievali di cui è pieno il paese, e dei fabbricati monumentali che adornano i centri storici delle città e dei piccoli paesi. Spesso totalmente abbandonati e/o vuoti, lasciati a consumarsi e/o a massacrarsi sotto le ingiurie del tempo che tutto finisce col distruggere (un esempio tipico è l’antico e stupefacente borgo di Craco2, ormai interamente abbandonato anche da coloro che vi risiedevano). Borgo sito in provincia di Matera, gravemente danneggiato dalla incosciente mano dell’uomo3, che, nella peggiore delle ipotesi, in tutti i Paesi del mondo sarebbe divenuto uno spettacolare museo a cielo aperto nel quale far passeggiare gli amanti della bellezza “A’ la recherche du temps perdu” di proustiana memoria4.



O, per raccontare qualche aneddoto capitatomi, a Roma, in una strada storica e centralissima, se chiamo un taxi e do come punto di riferimento LungoTevere all’altezza dell’Accademia d’Ungheria (Palazzo Falconieri), alle spalle di Palazzo Farnese, mi aspetto che uno che fa il tassista al centro di Roma dovrebbe avere l’accortezza di essere un po’ creativo e di sapere dove sono almeno i siti centrali di maggior interesse. A prescindere che scelga l’ingresso dell’Accademia da via Giulia o dal lungoTevere. Invece di limitarsi a conoscere soltanto l’ultimo risultato sportivo della Roma o della Lazio. O no?!

E, sempre a Roma, quest’inverno hanno aperto una parte di Palazzo Farnese, e neppure la più bella, che ho visitato, e dove le didascalie delle varie sale e di quanto esposto – una minima parte della celeberrima Collezione Farnese – erano curate dai funzionari della Sopraintendenza di Roma.

Ebbene, la mostra, che si svolgeva sotto il controllo dell’Ambasciatore di Francia che si aggirava nelle sale (si ricordi che Palazzo Farnese a Piazza Farnese in Roma è l’Ambasciata di Francia presso lo Stato Italiano), conteneva certamente almeno due didascalie errate, che denotavano quantomeno la totale ignoranza sia dei predetti funzionari che dell’Ambasciatore.

Una prima didascalia sosteneva che, nel corso secoli, la celebre Collezione Farnese per un certo periodo si sarebbe trovata raccolta nel palazzo. Circostanza del tutto falsa perché l’intera Collezione Farnese non vide mai Roma; e quando Carlo III di Borbone divenne Re di Napoli, e prima ancora che la madre di quest’ultimo, Elisabetta Farnese, morisse, la collezione passò (tra il 1735 ed il 1739) direttamente da Parma a Napoli senza mai fermarsi a Roma (che, peraltro, all’epoca si trovava pure in uno Stato diverso e straniero (Stato Pontificio)) 5. Io avrei anche potuto non saperlo, ma avendo degli amici a Napoli che mi hanno portato a visitare tanto la Reggia di Capodimonte quanto il seicentesco Museo Archeologico Nazionale, ho imparato la storia della Collezione Farnese. Ma i funzionari della Sopraintendenza di Roma, che invece sono pagati per sapere della storia della predetta Collezione, loro no, non avevano il diritto di scrivere stupidaggini.

Una seconda didascalia voleva che l’ultimo Re delle Due Sicilie Francesco II di Borbone6 e la moglie Maria Sofia7 si sarebbero trasferiti a Roma quando “cacciati da Napoli a seguito dell’arrivo di Garibaldi”. Circostanza anche questa assolutamente falsa perché Francesco II ripara a Roma, non da Napoli, ma dopo l’eroico e disperato tentativo di resistenza nella roccaforte di Gaeta8.


Premesso dunque che se non fosse che in una ottica di generale rivalutazione della donna nell’Ottocento, attraverso uno straordinario libro del celebre giurista Pier Giusto Jaeger8 avevo conosciuto delle gesta della Regina e del marito, e dunque avevo conosciuto la verità dei fatti; certo è che alla luce di quanto avevo acquisito, non potevo non concludere che quella didascalia, non soltanto era stata redatta da ignoranti che non conoscevano uno dei passaggi fondamentali della caduta del Regno delle Due Sicilie e della nascita del nuovo Stato Italiano; ma, fatto non meno grave, quella didascalia sottolineava pure l’ignoranza monumentale dell’Ambasciatore di Francia che questi fatti non poteva non conoscere, se non altro per il fatto che Francesco II e Maria Sofia lasciarono Gaeta su sollecitazione dei loro fedelissimi che ne volevano difendere l’incolumità, nonostante la disperazione dei predetti fedelissimi - che erano davvero tanti – e che temevano la chiusura di un’epoca, proprio su navi francesi messe a disposizione dell’ultimo Re napoletano dall’Imperatore di Francia Napoleone III9.


E dopo aver protestato ad alta voce per la delirante falsità delle didascalie, una delle hostess, candidamente non sorpresa, ebbe rispondermi che diverse persone si erano lamentate di quanto falsamente veniva riportato nelle didascalie. E meno male!

Gli aneddoti di cui prima ho fatto cenno possono sembrare banali, ma così non è!
Sono invece solo rilevanti e gravi esempi per sottolineare che, se ognuno non diventa ricercatore di se stesso e delle verità nascoste da quel che invece ad arte ci raccontano, non può aspettarsi che terzi vengano in suo soccorso e difesa. Dato che “una cosa è certa: un Paese che non sa da quale passato arriva, difficilmente è in grado di capire il presente, e, quel che è peggio, rischia di non essere capace di progettare il proprio futuro” 10. E così finendo con il bersi tutte le stupidaggini che gli vengono propinate anche al fine di in tal modo bloccare la sua creatività ed il suo risveglio.

Se ognuno di noi non si difende attraverso la propria professionalità e/o la propria diligenza; se ognuno non si fa carico di essere esperto nella sua ordinaria attività quotidiana, tanto che faccia il tassista, il medico, l’ingegnere (vedi sopra l’esempio di Craco e la nota esplicativa), il sacerdote, l’impiegato e/o il funzionario di un ente specie se pubblico, non può imputare tutto a fattori esterni, come sistematicamente avviene.

 Ed allora, in sintesi, come vogliamo qualificare lo stato di chi non ha interesse a rivitalizzare la sua creatività la sua curiosità ed il suo risveglio: ignoranza?, trasandatezza?; o preferiamo il classico “ma chi se ne frega!”?
Dato che, tra un “chi se ne frega!” oggi, ed un “chi se ne frega!” domani, siamo arrivati al fondo del barile?

In verità ancora continuiamo così, anche se poi non smettiamo di lamentarci che siamo il Paese più disinformato dopo quelli africani. Ma se siamo i primi a non avere più interessi, ed ove altri non hanno interesse a propinarci le loro stupidaggini, perché altri dovrebbero impegnarsi a creare un progetto e rivitalizzarci al posto nostro?

Noi, per nostro conto, abbiamo il dovere di  legare creatività e risveglio ad un nostro progetto; altrimenti facciamo il gioco dei manipolatori, e non possiamo poi lamentarci delle manipolazioni. Il compito è per noi impegnativo e gravoso, ma è anche l’unico modo che abbiamo per salvarci e sottrarci alla incessante manipolazione quotidiana dei cialtroni. Basta lamentarci, è finito il tempo di limitare la nostra reazione a dolerci di tutto e/o su tutto. La lamentela ha finito con il prendere il sopravvento sulle cause che hanno dato luogo ai nostri lamenti, ma non se ne può più. Smettiamola di pensare, ad esempio, che un governo può risolvere i nostri problemi se poi noi non siamo i primi ad essere interessati a sporcarci le mani per guardarci dentro e ad eliminare ciò che non va. Passiamo all’azione! .
Nasce dunque la necessità di una riflessione, di un attenta riflessione, di una grave autocritica, di un vigoroso esame di coscienza: operazione che può aver luogo soltanto da un “Big Bang” 11 che deve albergare dentro ognuno di noi. “Big Bang” che ha dato origine a questo Blog, che appunto si chiama, “Riprendiamoci il cuore”.

Infatti, soltanto restituendo importanza e attenzione  a ciò che la merita veramente, e soltanto riprendendo coscienza di ciò che noi siamo veramente nel profondo del nostro animo, possiamo muovere le nostre stelle. Stelle che non sono quelle, in qualche modo traditrici, del 10 di Agosto, e che si cercano nella notte di San Lorenzo. Dato che la notte delle stelle di San Lorenzo, e cioè la notte delle stelle cadenti, le stelle che vediamo cadere sono fatue perché in esse materializziamo quello che vorremmo, ed alle quali affidiamo interamente le effettuate materializzazioni. Invece che muovere da un ottica costruttiva per cui per ogni stella che cade un’altra ne nasce, e attorno ad essa costruiamo il desiderio di noi a materializzare ciò che il nostro cuore ci suggerisce. Altrimenti, alla sola stella cadente e traditrice affideremmo pensieri che non si realizzerebbero mai.

Guardare quel che ci circonda con gli occhi dei bimbi che tutto cercano di conoscere; non accontentarci di sommarie spiegazioni su quel che accade o su quel che ci circonda; sistematicamente cercare la creatività anche quando sembra che per la creatività non ci sia spazio; rimettere anche con energica determinazione le mani dentro di noi, rimescolando noi stessi al fine di  risuddividere quel creatosi misto di poltiglia e di energia che alla fine dentro di noi è diventata fango, e così lasciando scorrere il fango e lasciare in evidenza soltanto l’energia depurata da ogni scoria. E dunque finalmente risollevandoci, ma avendo come fondamenta della nostra nuova creatività una rinnovata energia depurata da scorie che ci fa vivere in modo nuovo e diverso anche le nuove esperienze che viviamo.


Tutto questo non significa affatto gettare all’aria la globalità di quello con cui abbiamo convissuto fino ad oggi; ma significa invece incanalare le nostre nuove esperienze con il saggio accompagnamento della nostra guida interiore che trae linfa vitale dalla nostra rinnovata energia.

Dove finiamo con il dare importanza e rilevanza soltanto a quelle cose, a quelle persone, e a quegli accadimenti che sono veramente importanti e nutrienti; e dove lasciamo quelle che Totò12 avrebbe chiamato impareggiabilmente “quisquilie” 13.

Certo!, tutto questo è un lavoro, anche pesante; ma è pure l’unico vero lavoro che possiamo svolgere in un momento in cui non siamo appresi dalle necessità quotidiane di sostentamento, in un momento di relax, ed è l’unico lavoro che può portarci lontano.
La continua ricerca della nostra anima, di ciò che essa desidera, di ciò che essa vuole che si materializzi, la ri-creazione di un nuovo nostro insieme pronto a confrontarsi con quello che il domani con altri insiemi ci proporrà, e pronto, perché no, a meglio assorbire le prevedibili future pesantezze per sostituirle con diverse leggerezze, diviene dunque fondamentale e preliminare. E che qualcuno non pensi “ma tanto le negatività che poi ritroviamo sono sempre le stesse”: perché, se questo è vero; è pur vero anche che, quanto più noi saremo diversi, quanto maggiore sarà la nostra capacità di rapportarci a quel che domani ci aspetta.

Non si tratta dunque del principio matematico per cui “invertendo l’ordine dei fattori il prodotto non cambia”, dato che riprendendoci il nostro cuore, e riprendendo dunque noi stessi, i fattori non si invertono ma bensì cambiano. E questo è uno spunto di riflessione che, così impostato, vale perfettamente ed è assolutamente applicabile anche nelle ipotesi in cui in questo periodo di relax ci si dovesse confrontare con eventuali negatività.


Certo, poi è possibile che in uno schema di rivitalizzazione del nostro cuore venga la voglia di buttare tutto all’aria, e di dire di quasi tutto che “nulla è importante e dunque chi se ne frega”; ma vero è anche che, in conclusione, e quando è necessario, soltanto da uno o più passi indietro di ognuno di noi possono acquisirsi le forze interne per correre in avanti, e farsi un altro giro di campo.



E così, riprendendo un vecchio adagio di un brano musicale di Eugenio Finardi, dopo aver detto “extraterrestre portami via, voglio una stella che sia tutta mia … 14, sono atterrata a Lanzarote, luogo che ben ispira alla riflessione ed alla meditazione, da dove mi sembra di vedere ancor di più le cose da extraterrestre, da “marziana”, con un processo che tende sempre più a stabilizzarsi,  e da dove vi mando un caro saluto e un augurio di buona riflessione.
D.S.


NOTE :
1) Brano musicale del 1973, dal titolo “Tutti al mare”, originariamente interpretato dalla grande folk singer romana Gabriella Ferri (1942-2004).
2) Craco: comune della Basilicata le cui origini si fanno risalire all’VIII secolo a. C., ormai considerato città fantasma, e per questo più volte set cinematografico di vari films. Fu abbandonato nel 1963 quando contava circa 2000 abitanti, che oggi sono poco più di 500, a causa di una frana che sembra fosse stata provocata da maldestre opere di infrastrutturazione, fogne, e reti idriche realizzate a servizio dell’abitato. All’epoca i tecnici previdero, poggiando Craco su terreno in parte argilloso, che la frana si sarebbe allargata sino a coinvolgere l’intero paese, e da questo conseguì l’esodo dei suoi abitanti; ma la frana, dopo l’esodo dei suoi abitanti, ed inspiegabilmente, ebbe poi a fermarsi. Cfr. < it.wikipedia.org/wiki/Craco >.
3) Ibidem in < http//it.wikipedia.org/wiki/Craco >.
4)A’ la recherche du temps perdu”, opera dello scrittore francese Marcel Proust (Valentin Louis Georges Eugène Marcel Proust, 18711922), scritta tra il 1909 ed il 1922, e pubblicata tra il 1913 ed il 1927. Il romanzo, suddiviso in sette volumi, con altre opere proustiane, è stato ampio oggetto di analisi della critica letteraria mondiale.
5) Almeno su questo la più attenta storia e la migliore storiografia concordano pienamente. Fra tutti si veda l’eccezionale monografia del celebre giurista triestino Pier Giusto Jaeger (1936-2008), Francesco II di Borbone. L’ultimo Re di Napoli,        Le Scie, Mondadori, Milano, 1982, passim.
5) La importantissima Collezione Farnese componeva di tre grandi tronconi, inizialmente siti a Roma, Parma, e Piacenza. Agli inizi del XVII secolo Ranuccio II Farnese (1630-1694) trasferisce la parte romana della Collezione a Parma, al Palazzo della Pilotta, con le sole eccezioni delle sculture rinvenute a Roma.
Quando il Re di Napoli e di Sicilia Carlo III di Borbone (1716-1788) decise di trasferire il grosso della Collezione a Napoli, la sede di Palazzo Farnese in Roma non fu neppure presa in considerazione. Né mai diventò la sede principale della Collezione, sempre suddivisa fra Parma e Piacenza. Scrivere dunque che Palazzo Farnese vide, o tutta, o comunque la parte più rilevante della Collezione Farnese, cosa mai verificatasi, è a dir poco una panzana!
6) Francesco II di Borbone (1836-1894), Re delle Due Sicilie dal 1859, anno in cui sposò Maria Sofia di Wittelsbach Duchessa di Baviera (vedasi appresso la nota 7)). Sovrano illuminato e liberale, nonostante un regno temporalmente breve, passa alla storia sia per le numerose riforme effettuate, che per la valorosa resistenza nell’assedio di Gaeta del 1860/1861, che ancora per la sua prodigalità verso il Regno napoletano anche quando non più a Napoli. Ad esempio, nel 1862, nonostante già esule, e nonostante non navigasse nell’oro, inviò ingenti somme di denaro ai napoletani colpiti da una delle eruzioni del Vesuvio. Dalla moglie ebbe una unica figlia, Maria Cristina Pia, nata nel Natale del 1869 e spentasi ad appena tre mesi nel 1870. Da quando fu costretto a lasciare il Regno scoppiarono per anni scontri fra legittimisti ed esercito piemontese, che causarono numerosissime vittime, troppo spesso anche civili innocenti, e che nella storiografia si leggono falsamente come fenomeni di brigantaggio. Dopo la morte del Re, nei primi anni 30’ del 900’, a seguito di durissimi scontri con Mussolini, Umberto II, quando ancora era Principe ereditario, pretese e ottenne che le salme di Francesco II, della moglie, e della loro unica figlia riposassero insieme in Roma, dove vennero riportate con tutti gli onori. Nel 1984, nel corso di una solenne cerimonia, le spoglie di Francesco II e della sua famiglia sono state infine riportate in Napoli, nella Cappella Borbone della Basilica di Santa Chiara, ove oggi riposano nel generale rispetto ed ossequio.
7) Maria Sofia, nata Wittelsbach Duchessa di Baviera (1841-1925). Sposò nel 1859 Francesco II a 18 anni, e poco dopo, sempre nel 1859 divenne Regina delle Due Sicilie. Fra le tante perle che si ricordano della Regina, celebri sono rimasti i suoi atti di eroismo durante l’assedio di Gaeta, che la vide incurante dei cannoni soccorrere i feriti anche a rischio della sua incolumità personale. Tant’è che più di una volta gli imbarazzati cannonieri sabaudi dovettero sospendere i tiri per non colpire la Regina.
8) Pier Giusto Jaeger (1936-2008), celebre giurista triestino, professore ordinario di Diritto Commerciale prima all’Università di Parma,e poi all’Università di Milano. Lascia numerosi scritti di diritto, e due celebri saggi storici, uno sull’ultimo Re delle Due Sicilie Francesco II di Borbone, ed uno sulla storia delle guerra di Crimea e l’assedio di Sebastopoli. Come scrisse il Corriere della Sera in un articolo del 24/07/2008, con la sua morte “lasciava il ricordo di un uomo straordinario, nel segno della genialità e dell’eleganza intellettuale.”. Vedasi anche  Pier Giusto Jaeger,  Francesco II di Borbone. L’ultimo Re di Napoli, op. cit., passim.
9) Pier Giusto Jaeger, Francesco II di Borbone. L’ultimo Re di Napoli,  op. cit., passim.
10) Cfr., Giovanni Fasanella - Antonella Grippo, 1861, Sperling & Kupfer, Cles (TN), 2010, XI.
11)  Con il termine “Big Bang” i cosmologi si riferiscono generalmente a quell’idea che vuole l’universo avere iniziato ad espandersi a partire da un momento precisamente individuato ed individuabile in una condizione iniziale estremamente calda e densa. Da questa condizione originaria, spesso raffigurata in una palla, sarebbe derivata l’espansione dell’universo.
12) Totò, nome d’arte del celebre attore, comico, commediografo, paroliere, poeta, e sceneggiatore napoletano Antonio Griffo Focas Flavio Angelo Ducas Comneno Porfirogenito di Bisanzio de Curtis Gagliardi, o, più semplicemente Antonio de Curti (1898-1967). Di nobilissime origini, posto che ritenuto l’ultimo erede dell’Impero Romano d’Oriente, poi Impero di Bisanzio, membro della massoneria ai più alti gradi gradi, nonostante avesse lavorato con i massimi artisti del suo tempo, e nonostante universalmente riconosciuto come una delle massime espressioni della Commedia dell’Arte, fu spesso violentemente osteggiato dalla critica. Alla sua morte, il regista Mario Monicelli tardivamente ebbe a rilevare come “Con Totò forse abbiamo sbagliato tutto! Lui era un genio, non solo un grandissimo attore. E noi lo abbiamo ridotto, contenuto, obbligato a trasformarsi in un uomo comune tarpandogli le ali.” In  < it.wikipedia.org/wiki/Totò .>
13) uisquilieQIl grande Totò usava sempre il termine “quisquilie” come sinonimo delle parole “bazzecole”, “pinzillacchere”, “sciocchezzuole!”.
14) Frase tratta da un brano musicale del 1978, dal titolo “Extraterrestre”, contenuto nell’album Blitz, del cantautore Eugenio Finardi (1952-).


martedì 25 giugno 2013

Passeggiando da Oriente a Occidente: “Il Cuore cede quando si deve separare dai sogni !” Muovendo da Quirico, attraverso Baricco, ed arrivando a Chopra.

Uno dei film più affascinanti degli ultimi anni è certamente “L’ultimo Imperatore” di Bernardo Bertolucci(1), che, attraverso la storia dell’ultimo imperatore cinese Pu Yi(2), ripercorre una vicenda del nostro mondo, perlopiù assai poco conosciuta, e svoltasi nell’arco del Novecento. Film epico e biografico che, al di là di come lo si voglia considerare, ha una tale dovizia di particolari estetici/scenografici/introspettivi che lo rendono certamente unico. Il tema viene poi di recente ripreso da Domenico Quirico che, in un capitolo del suo libro “Gli ultimi”(3), affronta le introspezioni psicologiche del fatto e dell’uomo. E dove fra l’altro si legge, proprio a proposito di Pu Yi, “Il cuore cede quando si deve separare dai sogni(4).

Ma: è vero?
Una necessaria riflessione va dunque posta sul rapporto, vero, reale, effettivo, cuore/sogno. In verità il sogno, nella sua accezione tecnico/positiva, quando cioè non ripercorre accadimenti vissuti o che si vorrebbero vivere, o quando non si traduce in paure o peggio in incubi, è certamente la speranza del domani, ovvero quello che noi desidereremmo o vorremmo di positivo dal domani.

Lo scrittore Alessandro Baricco, di recente, ha riaffrontato il tema, ed utile appare ripercorrere il suo ragionamento, che però si muove pervaso pienamente del suo essere narratore. Ebbene, Baricco ha ritenuto di interpretare la sua visione del domani come l’aspettativa del futuro, come la visione del futuro, con tutte le trappole che circondano detta visione.
Tant’è che per arrivare al futuro, partendo dalla funzione progetto/progresso, supera il nuovo, oltrepassa il cambiamento, scavalca la differenza, e perviene al futuro come complesso di esperienza. Vediamo nello specifico il ragionamento di Baricco.

Egli, partendo dal presupposto che oggi conta più la narrazione, di quel che invece è il dato reale, ha osservato che “il futuro è finito”, in quanto entità divenuta indistinta, e dunque non più qualificabile, nel quale scaricare tutte le questioni irrisolte dell’oggi.


Rilevando che in tempi andati la funzione progetto/progresso generava il futuro, Baricco rileva come oggi, in occidente, la funzione progetto/progresso, al di là di campi più unici che rari (ad es. quello medico), non genera più futuro, ma si è trasformata nel concetto/simulacro di nuovo.

Il nuovo, dunque, come concetto assimilabile al futuro, ma che futuro non è, dato che invece si inquadra in una diversa categoria dove il nuovo alla fine rappresenta un impoverimento drastico quasi verticale, essendo un concetto di stretta provenienza commerciale.

Ma il nuovo, oggi, non è cambiamento, ma bensì immobilismo. Ovvero, per dirla come diceva ne “Il Gattopardo” Giuseppe Tomasi di Lampedusa(5), il nuovo è il “cambiare tutto per non cambiare nulla”. Dato che il nuovo non coincide affatto con il futuro, non avendo il nuovo un suo obiettivo che non sia quello di offrire in modo sistematicamente diverso formule che rimangono però sostanzialmente sempre le stesse.

Se dunque, la nostra civiltà sta scambiando il futuro con il nuovo, occorre un superamento del concetto di nuovo. E questo superamento lo si può ottenere, abbandonando il concetto di nuovo, ed introducendo il concetto – considerato categoria – di cambiamento. Sostituendo così il concetto di nuovo con la categoria del cambiamento.

Ma il cambiamento, che potrebbe sembrare il nuovo, invece, in sostanza, nuovo non è. Guardando al futuro, infatti, neppure il concetto di cambiamento aiuta. E del resto il sogno, ovvero quello che noi desidereremmo o vorremmo di positivo dal domani, dal futuro, non può coincidere con la semplice categoria di mero cambiamento.

Ne sarebbe prova il fatto che, se si vuole identificare l’atteggiamento di noi occidentali verso il futuro, può dirsi che noi siamo oggi una civiltà che ha annesso in sé il passato ed il futuro; dove il presente è l’unico ossessivo accadimento, febbrilmente immobile, assolutamente infernale; e dove il futuro è dunque scomparso. Senza così volere entrare nel merito di ciò che accade nel presente, lo scrittore è certo che, se è vero che lo scopo esclusivo del presente è quello di perpetrarlo su parole d’ordine coniate nel passato, assicurando al presente una specie di sopravvivenza costante, immobile; in questo quadro il futuro è finito. E con esso i sogni verso la speranza del domani; ovvero, ciò che il nostro cuore desidera per il domani.

Ne consegue che, in quanto esclusivamente proiettati sul presente, da nessuna parte possiamo trovare una vera prospettiva che renda necessaria la categoria di futuro. Tanto è vero che il mondo sembra autonomamente funzionare senza la categoria di futuro. Con una conclusiva separazione tra i nostri sogni ed il nostro cuore.

Sorge dunque per tutti la necessità di porci delle domande. Dato che la sempre maggiore promiscuità fra gli esseri umani di questo mondo, che Baricco chiama “i nuovi umani”, quale conseguenza della cd. globalità, ha portato con sé, istintivamente, una diversa grammatica della mente, una diversa meccanica della mente, una nuova grammatica. Lo scrittore chiama questo fenomeno mutazione, trattandosi di “nuovi umani” che, senza spiegazioni apparenti, e secondo dinamiche spesso incomprensibili, si presentano differenti in alcuni elementi costitutivi del loro essere umani. Dunque non nuovi, ma differenti.

Così quando noi ci confrontiamo con “i nuovi umani”, ne rimaniamo contagiati, e diventiamo di conseguenza differenti. Finendo poi con il ragionare secondo regole di grammatica differenti, ed a prescindere dal nostro eventuale ruolo di grandi conservatori e difensori della civiltà tradizionale.

L’umanità diviene così differente,
- dato che in essa si scontrano superficialità contro profondità (i nuovi umani sembrano infatti cercare e raggiungere il senso delle cose attraverso la velocità, la dinamicità, e la superficie, invece che con la permanenza, la concentrazione, la lentezza, la profondità. E così genialmente sdoganando quella categoria di soggetti che per secoli è stata sinonimo di imbecillità: i superficiali, ovvero quei soggetti che della superficialità hanno fatto una bandiera e la loro ragione di vita);

- dato che essa acquisisce una idea completamente nuova della frontiera fra naturale e artificiale, reale e virtuale;

- e dato che differente è la sua idea di cosa sia l’esperienza. Dato che l’esperienza (erotica, sentimentale, di comunicazione, etc.) che gli umani fanno con gli altri umani, con tutti gli strumenti che abbiamo oggi, è esperienza. E dato che se l’esperienza è il rapporto fra l’uomo e l’altro uomo, volendo tradurre il concetto in una sola parola, può dirsi che l’esperienza è quel fattore che produce senso. 

Da quanto precede deriverebbe dunque che l’idea che dall’illuminismo ad oggi noi abbiamo avuto di cosa sia l’esperienza, sta franando in ogni singolo umano di questa umanità differente che noi lasciamo accedere ai consumi, alle informazioni, ai privilegi. Il singolo umano di questa umanità differente sarebbe quindi portatore di un DNA differente nel pensare cosa sia esperienza, ovvero, nell’elaborazione del concetto di esperienza.

Dobbiamo dunque porci la domanda che cosa è per noi l’esperienza, anche se quanto qui precede sopra potrebbe indurci a pensare che ci stiamo allontanando dal tema centrale di queste parole, “Il cuore cede quando si deve separare dai sogni”.

Ma così non è. Dato che, se nell’ottica precedente il presente non è il momento prodromico dello sviluppo del futuro, e dunque il futuro non esiste come sviluppo del presente, ovvero è una icona del tutto autonoma ed indipendente da un’idea di futuro, il futuro non costituisce più evoluzione e sviluppo del presente, ma finisce invece con il divenire distruzione del presente. E cioè, poiché il cuore è esclusivamente focalizzato sul presente, al momento in cui si separa dai sogni, finisce con l’accusare una cesura con quello che noi desidereremmo o vorremmo di positivo dal domani.

In questo quadro, dove i principi ed i valori su cui il nostro presente è costruito vengono smantellati e sostituiti da una grammatica mentale diversa, secondo Baricco lì oggi vedremmo fisicamente la presenza del futuro, dato che altrimenti è il nuovo che però, come detto, futuro non è.

 Spostando l’attenzione sugli smantellatori del presente, e cioè sui nuovi umani che con il loro arrivo ci hanno costretto ad applicare una grammatica mentale diversa, lo scrittore chiama questi ultimi, o gran parte di questi ultimi, “selvaggi di genio”; soggetti che però, proprio in funzione del loro essere selvaggi, non sono affatto raffinati intellettuali di grande acume. Il futuro così, essendo un gesto di strappo, un gesto traumatico, sarebbe un momento forse molto affascinante, forse seducente, ma per noi non certamente qualcosa di tranquillizzante.

Cosa dunque succede nell’incontro/scontro, ovvero nel confronto, fra noi ed i selvaggi di genio? Dato che, da un lato ci saremmo noi che rimaniamo fedeli a un impianto di valori e di principi che sono il DNA della nostra mente, che sono una tecnica del pensiero, e che sono un’idea di esperienza, che è quella che abbiamo ereditato da duecento anni di storia, in una situazione che non prevede il futuro; e dall’altro lato ci sarebbero i selvaggi di genio per cui la scelta del futuro è una scelta distruttrice, e per cui il futuro si costruisce distruggendo il presente, e non sviluppandolo con intelligenza.

Baricco continua avvertendo gli eredi dei duecento anni di storia che noi accederemo al futuro soltanto rendendoci disponibili a un cambio della grammatica del nostro pensiero; e che in questo passaggio fondamentale, pur nel momento della distruzione, potremo salvarci solo se avremo la capacità di conservare del presente e del passato l’immenso patrimonio che ancor oggi è possibile vedere e toccare con mano.

In un momento come questo, dunque quale la conclusione?
Secondo Baricco, mentre i selvaggi di genio portano un nuovo DNA, portano un nuova idea di esperienza, una nuova grammatica, dove sarò io? E quale sarà il mio compito? Dove saremo noi? E quale sarà il nostro compito?

E secondo noi? Quale sarà il nostro compito? O il compito di quelli intorno a noi? E dunque, come salvaguardare il cuore senza separarlo dai sogni, e cioè da quello che noi desidereremmo o vorremmo di positivo dal domani?

Baricco, muovendo dalla narrazione, di cui è maestro, e di cui ben conosce la meccanica, ritiene che il modo a noi più confacente, più vicino e produttivo al nostro compito, a quello che noi dovremmo fare, è riscrivere il mondo con la grammatica di quelli che lo hanno distrutto, quasi riproponendo il gesto paziente dell’amanuense.

 Dunque, non perdere il mondo che c’è, ma ridescriverlo in ogni suo particolare nella lingua del futuro. Ed anche se non saremo capaci di riscriverlo con la grammatica dei selvaggi di genio, di cui anche noi alla fine saremo parte, e che dunque siamo anche noi, con la grammatica che noi sentiamo crescere in noi, alla fine, naturalmente, il futuro accadrà, ancorché potrà essere traumatico, ed ancorché potrà anche eventualmente comportare una grande e collettiva perdita. Questo il compito di chi, rimanendone affascinato, vuole accettare questa idea di futuro: tradurre l’esercizio quotidiano dell’intelligenza nel gesto di riscrittura del mondo. 

Ovvero, riscrivere ogni angolo di mondo che ci sembra il caso di non perdere per strada, con quella grammatica differente che apprendiamo quotidianamente, con quella lingua differente prodotta dalla mutazione che viviamo a contatto con i selvaggi di genio di questa mutazione, e con quella mente differente che il contatto con i selvaggi di genio ci ha fatto acquisire.

Ora se è chiaro che Baricco nella sua ottica di attento narratore teorizzi la figura dell’amanuense, che è la figura a lui più congeniale; e se però è vero che anche il medico indiano Chopra(6)aveva già osservato “l’utilità di scrivere il più in fretta possibile, senza interruzione, tutte le parole che fluiscono rapide in noi, fermandole su carta”(7); vero è pure che corretto è il pensare che il sistema di pensiero dei barbari sopprime il luogo e il mito della profondità(8). Perché nel barbaro non c’è spazio per il cuore e per la profondità del cuore; e perché senza cuore non possono esserci sogni, e dunque quello che noi desidereremmo o vorremmo di positivo dal domani.


Ma lo scritto può a noi bastare  per entrare nel futuro senza perdere il presente? Il problema è dunque come salvare il cuore ed i nostri sogni. Certo per il colto Baricco è facile privilegiare l’amanuense; ma l’amanuense, per sua natura, è un estrapolato dalla realtà quotidiana proprio per essere stato inizialmente uno schiavo, ed alla fine una figura comunque dotta (basti pensare a quanti sapevano leggere e scrivere correntemente e correttamente, dopo la diffusione del cristianesimo, all’epoca (XII/XIII secolo) degli amanuensi)(9).

Dobbiamo trovare dunque una strada contemporaneamente comune e diversa che, in una ottica di futuro, nel farci ritrovare il cuore, non ci separi dai nostri sogni, e cioè da quello che noi desidereremmo o vorremmo di positivo dal domani.

Baricco, in una affascinante ideale mappa cubista del futuro, ci invita a portare in un giardino, ad esempio, un biologo, un geografo, uno storico, un musicista, un cieco, un sordo, e chieder ad ognuno di loro cosa vedono.

E secondo lo scrittore solo una risposta sostanzialmente univoca può essere la traccia da seguire verso il futuro, il ruolo dell’amanuense non basta: se infatti è vero che la vita è essenzialmente un percorso teso ad accumulare esperienze e passaggi evolutivi, da qualsiasi lato si voglia analizzare il problema, o da qualsivoglia ottica (biologo, geografo, storico, musicista, cieco, sordo, etc.) lo si guardi, non è dubbio che tutti ci muoviamo da un unico minimo comun denominatore, il cuore.
Minimo comun denominatore dal quale tutti insieme, ancorché ognuno per proprio conto, dobbiamo partire.

Ed allora invece di arretrare in difesa assumendo il ruolo degli amanuensi, introduciamo il concetto di pensiero, di testa; concetto dove la ragione assume un aspetto primario, e ci porta a pensare, magari anche contro l’apparente evidenza, che il futuro è adesso. Non dunque quel futuro che è adesso propagandato e sbandierato troppo spesso da politicanti dei più diversi spessori, ma quel futuro che ci riporta verso di noi, che commercialmente ed economicamente ci riporta all’autoproduzione, che è la nuova autarchia del cittadino europeo e americano nel XXI secolo, e che è la soluzione all'impoverimento vergognoso che ci sta colpendo. La scelta della condizione di autarchia individuale: ciascuno è padrone di se stesso.

 Scegliendo di partire dal proprio cuore! E dunque introducendo il concetto che “Esistere significa poter scegliere”come diceva il filosofo danese Søren Kierkegaard(10). Scegliere quel cuore che è l’unico punto di partenza in grado di salvaguardare i nostri sogni. Scegliere quel cuore che è l’unica vera realtà, indipendentemente dalle teorie dei pensatori tedeschi del XIX secolo Carl Marx(11), Arthur Schopenhauer(12 , e Friedrich Nietzsche(13).

Ma, senza voler entrare in dispute di carattere filosofico, arriviamo alla conclusione anche noi: dal cuore promanano i nostri sogni, e sono dunque i pensieri dei nostri cuori che dovrebbero esser rivelati. E cioè i nostri sogni. Nella generale caratteristica tipica degli umani, la curiosità, a prescindere che poi seguìta o meno, ci obbliga a guardare, e, cosa strana, nel guardare finiamo con il vederci come in uno specchio. Le due figure dell’uomo che guarda e dell’uomo riflesso allo specchio, in filosofia viene chiamata contraddizione. Qui si preferisce invece chiamarla duplicità.

La duplicità, quando si presenta a un uomo – se si riesce a indurlo a guardare – è figurativamente uno specchio; dove un uomo guarda, ed uno giudica. E dove mentre l’uomo che giudica, per poter giudicare, necessita che si rivelino i pensieri che abitano in lui. Il tutto diviene così un enigma, dato che mentre l’uomo cerca di risolvere il predetto enigma, si manifestano i pensieri che abitano in lui, e la scelta sul modo di risolvere l’enigma.
La risoluzione di detto enigma esige poi una scelta, e nell’atto di scegliere, e nella cosa prescelta, l’essere umano rivela se stesso partendo dal cuore.

Ovvero, e per dirla come Chopra(14 , partendo dalla creazione che ognuno compie, rendendosi alla fine conto che “in qualità di creatori siamo in grado di dare vita ad ogni aspetto positivo o negativo delle nostre esperienze”, dare spazio a tutto quello che alla fine diviene per noi liberatorio: il sogno di quello che noi desidereremmo o vorremmo di positivo dal domani. Tutelando così i nostri sogni, senza poterli e/o doverli mai scindere dal nostro cuore. Pena il cedimento del nostro cuore; e, con il cedimento del nostro cuore, pena la perdita della nostra vita.
Tenendo però pure ben presente quanto ancora insegna Chopra(15) , e cioè, che il nostro mondo è strettamente materiale; che il mondo materiale e pieno di cose, eventi e persone; e che dunque per scoprire chi sono, devo esplorare il mondo materiale.

Mondo materiale che però la scienza moderna non è ancora riuscita a dimostrare che è reale. Tant’è che secondo questo schema bisognerebbe ricorrere più al cervello che al cuore, a fronte però dei neurologi i quali affermano che il cervello non offre alcuna prova circa la concreta esistenza del mondo esterno, e che dunque le percezioni del cervello non sono collegate con il mondo materiale. Non esistendo infatti alcuna connessione diretta tra i dati raccolti dal nostro corpo e la nostra percezione individuale della realtà oggettiva.

Con la conclusione che l'intero universo, e cioè il mondo esterno, potrebbe essere una visione onirica, un sogno nel quale i nostri sogni fanno parte come di un sogno nel sogno, sganciati dal nostro cervello che registra soltanto una tempesta di attività elettrochimica della corteccia cerebrale. E che ci consente di arrivare soltanto a quella soluzione che è poi il vero segreto spirituale del problema: noi non siamo nel mondo, ma il mondo è dentro di noi(16).

E riportando dunque il tutto al suo punto di partenza: il cuore. 

Cuore che può reggere soltanto insieme ai suoi sogni, e dunque ai nostri sogni, che per nessuna ragione possono essere separati dal cuore, dal nostro cuore.
D.S.


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NOTE :
(1) Girato nel 1987, ebbe a conquistare nel 1988, tra l’altro, nove premi Oscar e nove premi di Donatello. Dato che regista non cinese, l’italiano Bernardo Bertolucci ((1941) regista, sceneggiatore e produttore cinematografico) ebbe il rarissimo permesso di poter girare il film per sei mesi sui luoghi dei fatti che racconta, ovvero nella Città proibita.
(2) Aisin Gioro Pu Yi, (1906-1967), e cioè l’ultimo imperatore cinese che,incoronato nel 1908 a 2 anni, regnò fino al 1912. Visse in un perenne isolamento di fatto a dispetto della sua grande mitezza. Ostaggio degli interessi giapponesi, regnò sullo stato fantoccio della Manciuria (Imperatore del Manchukuo) dal 1934 al 1945, e cioè sino a quando il Giappone fu sconfitto alla fine della seconda guerra mondiale. Recluso prima dai sovietici e poi dai cinesi perché considerato criminale di guerra pur senza aver commesso alcunché, dopo che “rieducato”, venne liberato nel 1959, e fece, prima il funzionario del comitato per la collezione e la classificazione del materiale storico, e poi il giardiniere. Dopo che liberato scrisse pure l’autobiografia “La prima metà della mia vita”, libro poi tradotto in Italia con il titolo “Sono stato imperatore” (Bompiani, Milano, 1987), e da cui è stato tratto il film. Morì come un semplice ed oscuro pensionato.
(3) Domenico Quirico, “Gli ultimi ”, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2013, pagg. 61 e segg..  Quirico è il giornalista e saggista italiano che mentre si trovava in Siria come inviato di guerra, dal 9 aprile 2013 si è persa ogni traccia, ancorchè, per quello che oggi si sa, il Ministero degli Esteri italiano ha reso noto che Quirico è ancora vivo. Reporter per il quotidiano torinese La Stampa, oltre ad essere inviato di guerra, per il predetto quotidiano è caposervizio esteri e corrispondente da Parigi. 
(4) Domenico Quirico, “Gli ultimi ”, cit., pag. 71.
(5) Don Giuseppe Tomasi e Mastrogiovanni Tasca, 12º duca di Palma, 11º principe di Lampedusa, barone di Montechiaro, barone della Torretta, Grande di Spagna di prima classe (18961957). Scrittore e letterato siciliano, scrisse, fra l’altro, “Il Gattopardo” fra il 1952 ed il 1954, romanzo storico che fu poi pubblicato postumo nel 1958 dalla Casa Editrice Feltrinelli.
(6) Deepak Chopra ((1946), medico e scrittore indiano, autore di saggi "New Age". Già leader del movimento della meditazione trascendentale, abbandonatala, nel 1993ha creato una tecnica alternativa chiamata meditazione del suono primordiale.Oggi vive e lavora negli Stati Uniti, ed il suo nome e la sua fama mondiale sono legati alla riscoperta della medicina Ayurvedica, che è la più antica terapia curativa e preventiva indiana (Ayur-Veda è un termine sanscrito la cui traduzione letterale significa molto semplicemente ''Scienza della Vita''). Il magazine “Times” ha incluso DeepakChopra nelle lista delle 100 personalità più importanti del secolo e lo accredita come “il poeta-profeta della medicina alternativa”.La rivista Esquirelo ha inserito tra i 10 migliori consulenti motivazionali degli Stati Uniti, ed in Italia è stato premiato con la medaglia d'oro della Presidenza della Repubblica al convegno organizzato dal Centro Pio Manzù, presieduto da Mikhail Gorbachev. Premiato alla Toastmasters International per l'eccellenza della comunicazione e della leadership insieme ad altre 5 personalità, tra cui il Padre del Sudafrica Nelson Mandela, insieme all’allora Presidente del Costa Rica Laureates Oscar Arias Premio Nobel per la Pace (1987), Chopra è uno dei fondatori della Alliance for the New Humanity che ha lo scopo di creare una coscienza collettiva per la giustizia sociale, l’equilibrio ecologico e la risoluzione dei conflitti. Tra i suoi scritti più noti: “Le 7 leggi spirituali del successo”, “La Pace è la Via”, “L'anima del vero leader”, “La via della prosperità”, “Il Potere, la Libertà e la Grazia”, e “La mia via al Benessere”.
(7) Deepak Chopra, La dimensione interiore, edizione italiana, Sperling & Kupfer Editori, Milano,2005, pag. 154
(8) Alessandro Baricco, lettera ad Eugenio Scalfari, in http://www.pixel-age.com/home/index.php?option=com_content&view=article&id=13& Itemid=118
(9) Nell'antichità classica la professione di amanuense era esercitata dagli schiavi. La parola amanuense deriva infatti dal latino servus a manu, che era il termine con il quale i romani definivano gli scribi.
(10) Søren Aabye Kierkegaard (1813-1855), filosofo teologo e scrittore danese. Fra i suoi scritti più noti, Stadi sul cammino della vita (StadierpaaLivetsvei [HilariusBogbinder - William Afham - l'Assessore - FraterTaciturnus], 1845), tr. Ludovica Koch, Rizzoli, Milano 1993, ed. parziale.per ulteriori approfondimenti, si cfr.no: Dalle carte di uno ancora in vita ed edite contro il suo volere, Søren Kierkegaard, Stadio sul cammino della vita – Colpevole non colpevole? Una storia di passione – Esperimento psicologico di Frater Taciturnus, Copenaghen, 1938, stampato da Bianco Luno e dal 21/05/2013 in http://kierkegard.wordpress.com; e, a cura dell’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Antonio Gargano, Søren Kierkegaard (1813-1855), in http://www.iisf.it/scuola/kierkegaard/kierkegaard.htm.
(11) Carl Heinrich Marx(1818-1883), filosofo, economista, storico, sociologo e giornalista. La sua opera più nota è “Il Capitale” (“DasKapital”), base dell’ideologia marxista, opera in quattro volumi pubblicata fra il 1867 ed il 1910, e di cui il secondo e il terzo pubblicati rispettivamente nel 1885 e nel 1894 a cura di Friedrich Engels ((1820–1895) economista, filosofo e politicotedesco, fondatore con Marx del materialismo storico e del materialismo dialettico), ed il quarto pubblicato pubblicato successivamente da Karl Kautsky ((1854-1938) politico e teorico marxistatedesco. Fu uno dei principali ispiratori del Partito Socialdemocratico Tedesco (SPD) sulle posizioni ortodosse e rivoluzionarie di Marx, ancorché poi entrato in posizioni di scontro con gli eredi del marxismo dopo la rivoluzione russa. Inoltre, fu l'editore del quarto volume dell'opera di Karl Marx,“Il Capitale”). Per l’edizione italiana, a cura e traduzione di Delio Cantimori, Karl Marx, Il Capitale. Critica dell'Economia Politica, Editori Riuniti, Roma, 1964.
(12) Arthur Shopenhauer (1788–1860) filosofo, ed eclettico aforista tedesco. Unanimemente considerato un irriducibile misantropo, la sua filosofia, articolata in precisi ragionamenti e aforismi caustici, recupera alcuni elementi dell'illuminismo, di Platone, del romanticismo e del kantismo, fondendoli con la suggestione esercitata dalle dottrine orientali, specialmente quella buddhista e induista, creando una sua originale concezione basata su un radicale pessimismo, la quale ebbe una straordinaria influenza, a volte anche rielaborata completamente, sui filosofi successivi, ad esempio su Friedrich Nietzsche e, in generale sulla cultura europea contemporanea e successiva, inserendosi nella corrente della filosofia della vita. Frequentò corsi di fisica, matematica, chimica, magnetismo, anatomia, fisiologia, e tanti altri ancora). Tra le sue opere più note, Il mondo come volontà e rappresentazione (titolo originale: Die WeltalsWille und Vorstellung, 1818), pubblicato nell’edizione italiana (Newton Compton Editori, Roma, 2011) con introduzione di Marcella D'Abbiero e traduzione di Gian Carlo Giani.
(13) Friedrich Wilhelm Nietzsche ((18441900) filosofo, poeta, saggista, compositore e filologotedesco. Fra le sue opere più note, Alsosprach Zarathustra, (Così parlo Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno), 1885; Jenseits von Gut und Böse, (Al di là del bene e del male. Preludio di una filosofia dell'avvenire), 1886; Ecce Homo, (Ecce Homo. Come si diventa ciò che si è), 1888; e l’Epistolario 1850-1889, pubblicato nell’edizione italiana (Adelphi) tra il 1976 ed il 2011. Viene accomunato a Søren Kierkegaard avendo entrambi un orientamento prettamente esistenziale ed essendo entrambi considerati precursori dell'esistenzialismo novecentesco.
(14) Deepak Chopra, La dimensione interiore, cit., passim.
(15) Deepak Chopra, La dimensione interiore, cit., pagg. 16 e segg..
(16) Deepak Chopra, La dimensione interiore, pag. 18.

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